Mi sembra incontrovertibile che il mondo sia su una china pericolosa. Il futuro è lastricato di asperità. E se questo non ci convoca, allora siamo parte del problema. Ci sono persone speciali (poche e preziose) che alla causa si danno del tutto, sacrificano tutto, e poi c’è chi – come il sottoscritto – fa quel che riesce, forse poco.
L’attuale china del mondo, certo, può e forse deve farci arrabbiare. Ma vorrei spendere due parole su quella che è a tutti gli effetti nient’altro che una bolla, la mia. La premessa mi sembra doverosa. La teoria delle filter bubbles è spesso liquidata come vecchiume teorico, e in molti degli addetti ai lavori sembrano dimenticarsene. Si sbagliano: vedono il loro giardinetto come se fosse lo specchio dell’universo, mentre quest’ultimo compie ogni sforzo possibile per fargli capire che da soli contano, che da soli contiamo ben poco.
Ora, la mia bolla, la cui manifestazione più evidente è tristemente rappresentata dai social media, è da qualche anno composta da una specie umana peculiare: gli intellettuali arrabbiati. Costoro, forti di un seguito più o meno nutrito che insuffla loro linfa vitale, non esitano a manifestare la loro arrabbiatura, spesso dal pulpito di chi sente di avere ragione. E, per inciso, quasi sempre è mia modesta opinione che ce l’abbiano, la ragione (anche perché viviamo in un’era in cui alcuni torti sono così palesi da dover essere completamente ottusi per negarli).
Mi viene però da chiedermi: qual è la funzione, qual è il senso di un intellettuale arrabbiato? Che non è semplicemente un intellettuale militante, attivo, engagez, come in qualche modo ogni buon intellettuale ritengo debba essere. La rabbia è un sentimento necessario, la purga delle nostre frustrazioni personali e politiche, e se eccessivamente repressa non può che produrre nefaste conseguenze (come accade per ogni organismo sottoposto ad asfissia forzata). Ma da un intellettuale invece non ci dovremmo aspettare che si assuma il gravoso onere della lucidità, al più dello sguardo strabico al contempo embricato ma anche critico, proprio nei momenti in cui il resto invece si abbandona agli stravizi dell’ira?
Se gli intellettuali, se chi si sente tale abdica alla lucidità, allora non dimostrerà di essere coinvolto appieno nella causa, ma semmai di essere inaffidabile. Perché una persona arrabbiata può pure avere ragione, ma di certo non le darei in mano il volante della mia automobile fintantoché non si dà una calmata. Così allo stesso modo fatico a individuare come dei fari, come delle sentinelle ermeneutiche (come tali intendo i veri intellettuali), capaci di fornirmi delle coordinate di lettura aggiornate e originali sul mondo, coloro i quali hanno deciso che il mondo è il loro campo di battaglia. Anzi, spesso – sarà colpa mia – vedo in loro la malafede di un narcisismo irrisolto, di una bramosia di facile consenso, che mal si attaglia alla vocazione autentica di un intellettuale: sacrificare un pezzo di sé (con anche i propri inevitabili accessi di vanità) per guidare l’altro. E per questo la rabbia non è uno strumento (recuperiamo semmai il sarcasmo, arma affilatissima, che brucia quanto la mano che schiaffeggia l’altra guancia).
Ricorda con rabbia è un eccezionale dramma teatrale di John Osborne (1956). Jimmy è un operaio, ma anche un intellettuale, ed è molto, molto arrabbiato. Alla fine gli va male.

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