Jackpot – Se vinci ti uccido!, recente fatica di Paul Feig (2024), è solo l’ultima delle neodistopie sulla scia lunga de La notte del giudizio (James DeMonaco 2013). Un filone appetibile e che pone di fronte a un paradosso: la sua filogenesi è significativamente più antica e prestigiosa (basti pensare a La decima vittima, Elio Petri 1965), ma probabilmente mai è stato sentito quanto oggi. Se dunque i prodromi filmici del topos del “gioco che uccide come segno di una civiltà tramontata” sono storicamente lontani nel tempo, e possono essere letti come efficaci prove d’immaginazione, oggi il loro sapore è quello invece di profezie avveratesi, il che spiega come mai ogni due per tre salti fuori un caso con una trama molto simile (senza sforzarmi troppo l’ultimo che ricordi prima di questo è Most Dangerous Game, Phil Abraham 2020, ma ce ne saranno altri).
Nel caso di Feig, il retrogusto finale è quello di un’operazione incerta, con i piedi in troppe scarpe. Un po’ action movie, un po’ invito a una riflessione che appare posticcia se caricata di una millefoglie di strati post-ironici, assolutamente fuori luogo. Per intenderci, nell’ovviamente lieto finale Katie scambia alcune battute con il co-protagonista Noel Cassidy, dicendogli che oggi tutti possono fare cinema, dal momento che lo fanno anche i wrestler. Lui concorda. Ma lui è John Cena, e così la battuta svela immediatamente un ripiegamento metacinematografico che appare, sostanzialmente, inutile, se non a compiacere qualche spettatore brufoloso. E ciò vale un po’ per tutto il film. Dobbiamo sorbirci una specie di commedia degli ammiccamenti, che però finge anche di proporci una critica sui rischi insiti nell’ipercapitalismo. Ma, repetita juvant, lui è John Cena. E il film è prodotto da Amazon.
Quindi, punto 1: se le narrazioni anticapitaliste oggi sono scritte, prodotte, e distribuite dalle più solide roccaforti del capitalismo, non dovrebbe suonarci un campanellino d’allarme grosso quanto una betoniera? Non è che forse, e dico forse, questo tipo di narrazioni oggi non sono (più) utili a criticare un sistema, ma al contrario vi sono pacificamente funzionali?
Veniamo ora alla trama. In una Los Angeles se non di oggi allora di domani, in piena crisi finanziaria, c’è una lotteria con un simpatico regolamento: se vinci il lauto montepremi devi sopravvivere fino al tramonto, perché chiunque può ucciderti legalmente per sottrartelo. Un’idea che può forse ammaliare un pubblico medio, di analfabeti narrativi, ma che è chiaramente scopiazzata almeno dal ben più incisivo racconto di Shirley Jackson, The Lottery (1948), che prevedeva per il fortunato vincitore la lapidazione. E poi c’è tutta questa cosa della ricorrenza rituale in cui è previsto un sacrificio umano come modo per tenere buono chi resta, che vanta origini antropologicamente lontane, e che ricorre in cinema assai più significativo, pur se “minore”, se si pensa ad esempio al misconosciuto Dark Harvest di David Slade (2023), tanto per citarne uno fra gli ultimi.
Ciò detto, qual è a riguardo il punto di Jackpot? Che Katie vince, a sua insaputa, la lotteria mortale, e che quindi per il resto del film dovrà sopravvivere, aiutata dallo strampalato bodyguard Noel, l’unico (a parte una innocua guardia giurata) di tutta la città – sineddoche del mondo intero – che sembra ancora rispettare la vita umana. Alla fine ce la fa, e si godono il loro denaro facendo opere di bene e togliendosi qualche sfizio. Tutto è una noia mortale, ma c’è forse un elemento da cui può scaturire qualche pensiero.
Quindi, punto 2: Katie e Noel, dicevamo, si salvano, vincono, si va avanti. Lei fonda una agenzia gratuita per proteggere i prossimi concorrenti del gioco. Qual è quindi l’idea di fondo? Che il sistema non venga di fatto messo in discussione? Jackpot! Il film ci pone di fronte a un mondo decaduto, in cui è accettata una barbarie come quella rappresentata dalla lotteria mortale, e questa non viene di fatto mai veramente minacciata. Se negli Hunger Games, anche fallimentarmente, i protagonisti minavano il sistema di base che li obbligava a combattere come novelli gladiatori per il divertimento dei più ricchi, in Jackpot! non c’è mai un momento in cui l’oggetto di valore, l’elemento posto a problema sia il gioco stesso. La lotteria esiste ed esisterà. E anzi i nostri, in una scena post-credit, se la godono in uno yacht di lusso e ammettono, con una certa autoironia, che ora che hanno i soldi sono anch’essi diventati dei coglioni.
Se le narrazioni distopiche rinunciano anch’esse a proporre un’alternativa alle strutture di potere che mettono in scena, allora siamo messi più male di quanto pensiamo.

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