Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Parliamo di soldi: ti venderesti per 200 milioni di euro? (E se sì, non ti vergogni?)

Era il 1997. Frankie hi-nrg rappava “spendono, spandono, e sono quel che hanno”.

Prima che fosse il titolo di un citatissimo libro di Massimo Fini, la locuzione “denaro sterco del demonio” (pecunia stercus diaboli) era già ampiamente diffusa – quantomeno nel concetto – almeno da quando Giuda tradì Gesù per 30 danari. Vendersi per 30 soldi? Che poveraccio, penseranno alcuni! Ma se ragionassimo un po’ di più allora capiremmo che così come un tempo una bella casa in Italia costava 50 milioni di lire (25000 euro oggi), allora 30 danari sono tantissimi. Ho provato a chiedere a ChatGPT di fare un paragone, e lui dopo una serie di strampalati calcoli suggerisce che siano all’incirca l’equivalente di un odierno stipendio mensile netto. Mi sembra, come al solito, una sciocchezza, quindi evitiamo di quantificare, ma facciamo un salto all’oggi.

Il denaro è senz’altro l’ossessione della contemporaneità. La quale in una cosa sembra essere riuscita: de-volgarizzarlo, specie in seno a quella classe che più ne possiede e che di denaro, un tempo, non parlava (si limitava a mostrare cose che col denaro aveva comprato). Oggi anche in occidente (ci sono paesi in oriente in cui parlare di soldi è non solo accettato, ma educato) il potere d’acquisto è – mi si scusi il gioco – moneta corrente. Ricordo una intervista di Fedez di qualche anno fa, da qualche parte, in cui il piccolo lord dichiarava candidamente che il suo obiettivo era arrivare a 200 milioni di euro, ma che poi ha avuto il tumore e non gliene è importato più nulla. Era il 2022. Tre anni dopo mi sembra chiaro quanto poco gliene sia importato.

Ma al di là di questo, se ci soffermiamo un secondo, allora vien da sé un paradosso: quanto poveri bisogna essere per avere come sogno quello di divenire sempre più ricchi? Non che ipocritamente io voglia sostenere che qualche soldo in più mi farebbe schifo, tutt’altro. Mi interessa però sottolineare come lo slittamento dal soldo come mezzo – per fare delle cose (più che per possederle) – al soldo come fine – per essere delle cose – sia stato surrettizio e spietato. E nessuno ha levato un urlo quando pian piano siamo stati tutti, chi più o chi meno, introiettati in un sistema sociopolitico in cui quanto guadagni dice chi sei e quanto vali (su internet è pieno di siti che inventano stipendi e patrimoni delle star di tutto il mondo, per soddisfare la curiosità morbosa dell’utenza).

A me la situazione pare più eccellente che confusa sotto al cielo, almeno per chi i soldi li ha e in gran copia. Per chi non li ha c’è sempre modo di farli e in fretta, con un po’ di speculazione di qua e di là nel grande luna park delle criptovalute (un giorno che non ci sarà mai ci siederemo tutti attorno a un tavolo e discuteremo dell’assurdità concettuale del generare profitti monetari a partire da operazioni economiche che si “autoalimentano” come per magia).

Però se questo è il meccanismo di base, allora Giuda, spesso derubricato a porco da chi vuole bestemmiare ma senza invocare i nomi seri, non ha tradito poi così tanto. È vero, si è venduto, ma il suo può essere interpretato come un atto di lungimiranza. Si è venduto nel modo più abietto, svendendo non il figlio di Dio, ma un suo amico. Per quattro soldi, ma se quei soldi non fossero stati quattro? Se tutti avessimo un prezzo? Se vendersi non fosse un discorso di qualità ma di quantità? Questo è in un certo senso quanto suggerisce un recente show televisivo dello youtuber più famoso del mondo, Jimmy Donaldson a.k.a. MrBeast, di cui tornerò a parlare un’altra volta.

Prima incassa, semmai poi ci pensi. Pecunia non olet. È tutto un fatto di causalità, e i nessi causali sono strumentali a un progetto politico. Se non fosse il contrario? Se prima ci pensi e poi, semmai, incassi? Ve lo immaginate un mondo dove vige questa forma di causalità? Ve lo immaginate un mondo con meno Fedez e più Bartleby lo scrivano (da un racconto di Melville del 1853)? E se voi, come io, fatichiamo a immaginarci questo mondo, allora è proprio vera quella provocazione attribuita a Frederic Jameson: “È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.

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