Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

L’università deve essere professionalizzante?

C’è del marcio, non solo in Danimarca. La crisi dell’università è anche un fatto di concetto.

Lavorare in università oggi, in Italia, è divenuto una lotta quotidiana contro la burocrazia. Ogni più piccola e innocua operazione deve passare al vaglio di una serie di interminabili e spesso antieconomiche (in tutti i sensi) procedure, in nome di un supposto principio di trasparenza. Di ciò quasi sempre non sono responsabili singole persone, ma un indirizzo generale del sistema. Se ciò è sopportabile, ma già ampiamente sintomatico, più difficile è invece tollerare il rapporto che il mondo fuori dall’università intrattiene con essa. Si parla ogni tanto delle fantomatiche torri d’avorio, in cui starebbero barricati polverosi professori ottuagenari. Ne vedo sempre meno, e mi sembra che invece quelle torri siano scorte da fuori con una specie di lente deformante.

Viviamo in un’era di delegittimazione programmatica della cultura, un luogo privilegiato della quale dovrebbe proprio essere l’università. D’altro canto, il potere sul pianeta è sempre più spartito fra galantuomini che al confronto Calvin Candie – il Di Caprio di Django Unchained – è un luminare.  Qualche giorno fa Steve Bannon, un altro fine esteta del contemporaneo, si è congedato durante una convention trumpiana da una folla in visibilio con un altro simpatico salutino romano, sulla scia di Elon Musk. Sono sempre saluti timidi, sulla soglia dell’ambiguo, ma funzionali a far viaggiare il simbolo. Lo faccio ma non lo faccio, la vigliaccata definitiva. Oggi la cultura, anche quella più retriva, è ridotta a meme, a stimolo pavloviano. E intanto il significato serpeggia silente, si fa strada, e chi passa la vita a provare a capirci qualcosa viene frettolosamente equiparato al cliché del professorone, il vecchio dinosauro bavoso e sconnesso dal mondo. Ho 34 anni, sono un precario, non indosso (quasi) mai una giacca, e mi faccio da mangiare da solo.

Cosa dovremmo fare ora noi che in università ci lavoriamo e in buona parte viviamo? Accettare silenziosamente la sua progressiva e inarrestabile destituzione simbolica? Faccio un esempio che mi tocca da vicino, in quanto umanista: l’idea definitiva di professionalizzazione, con cui ci dobbiamo confrontare ogni qual volta progettiamo i nostri corsi di laurea. È importante infatti, ci si dice, che siano chiari gli “sbocchi di uscita”, i “profili potenziali”. L’orientamento al lavoro. L’università oggi è pura teleologia, la si “frequenta” per fare altro, in vista di, per fare altro poi.

Non fraintendiamoci, questo è lecito, e anche in certi casi doveroso. Alcune “facoltà” sono il passo necessario per intraprendere delicate ed essenziali professioni. Ma concepire socialmente (il personale è altra materia) il mondo universitario come un istituto di formazione al lavoro non è squalificarne alla base il significato di istituto di alta formazione e specializzazione disciplinare? Bisogna andare all’università seguendo un finalismo, o si può ancora avere la libertà di andarci per un altro motivo? E ci rendiamo conto di quanto ciò possa essere pressante nei confronti di chi la frequenta per studiarci – obbligato a scendere a patti in maniera drastica e finale con il proprio futuro – e per chi ci lavora, che ambirebbe a qualcosa di diverso che a essere identificato come sorta di succedaneo dell’ufficio di collocamento?

Questa cosa, badateci bene, parte dalla retorica delle scuole elementari: “a che serve imparare le divisioni in colonna per andare al mercato a comprare le mele?”. La risposta è che è vero, per quella specifica situazione non serve a niente. Ma che la domanda è maliziosa in partenza: la cultura deve servire a qualcosa, ma a che cosa? A una cosa immediata, come comprare le mele?

Notiamo con alcuni amici e colleghi una curiosa e irrefrenabile deriva di questa neo-idea di università come istituto tecnico. Semplicemente bisogna farla, dunque, in fretta, sfruttando qualunque strumento si abbia a disposizione (lecito o meno lecito), l’importante è arrivare in fondo per quello che un tempo si chiamava il “famoso pezzo di carta”. Così poi si potrà cercare lavoro. Intanto ci si è mangiati un pezzo di giovinezza, lato comunità studentesca, e si è dovuta sopportare l’idea tremenda per cui quello che insegni deve sempre e comunque avere un orizzonte applicativo immediato e immediatamente spendibile, lato docenza.  Fra i due poli le sfumature del mondo si dissipano, e non rimane che il grigiore della meccanizzazione della vita, svuotata vieppiù di ogni significato.

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