La città di Brisbane è la terza più popolosa dell’Australia. Come Napoli in Italia, per intenderci. Ciò nondimeno, è plausibile immaginare che molti italiani non abbiano idea della sua esistenza. Di conseguenza non sapranno nemmeno del fatto che proprio in questi giorni la zona di Brisbane se la sta vedendo con un minaccioso ciclone tropicale – di nome Alfred – che ha già fatto i suoi danni. Un evento atmosferico che non capitava da quelle parti da diversi decenni. Qualche mese fa una notizia simile è circolata leggermente di più sui media nostrani. Era il turno di Milton, un uragano che minacciava di colpire in maniera devastante la zona di Tampa, in Florida.
Anche in quel caso, tuttavia, al fenomeno non è stato dato grande spazio nei nostri media generalisti. Diversamente gli algoritmi dei nostri “media personali”, se opportunamente edotti, tendono a “inondarci” di immagini e novità su questi eventi. C’è insomma una asimmetria di fondo nella gestione dell’agenda dei media, fra quelli che escludono dal proprio orizzonte una serie di fatti che, per ragioni anzitutto di lontananza geografica, sono considerati meno cogenti per noi, e quelli che invece “intuiscono” un nostro potenziale interesse e quindi premono su certi bottoni.
Il discorso dei cicloni è però interessante. Un ciclone è una forza sostanzialmente irrefrenabile. Se arriva, non puoi fare altro che prendere delle misure per contenere i danni. Puoi contenere i danni, ma non il ciclone. È la natura che prorompe. E che ci spinge a interrogarci sul nostro modo di gestire le priorità. Quando dico “nostro”, naturalmente intendo della politica e del discorso mediatico (che sempre più sono tutt’uno). Da mesi “da noi” tengono banco orrendi discorsi sulla guerra. Il tema centrale e sottilissimo del cambiamento climatico sembra oramai del tutto secondario. Le conseguenze della guerra su quest’ultimo non sembrano esistere. Eppure il clima continua a esistere, e, anche solo un po’ impressionisticamente, tornadi e uragani potrebbero averci a che fare. Ma per noi sono lontani, quindi poco interessanti.
Mi trovo spesso a invidiare gli australiani ultimamente. Così lontani dai nostri oscuri timori europei. Né occidente, né oriente, gli australiani mi sembrano felicemente altri. Poi però ecco che arriva un ciclone, di cui nemmeno sappiamo nulla noi di qua (anche se conosciamo alluvioni, terremoti, incendi estivi, e altre sonore manifestazioni della natura infastidita dalla nostra impronta disinvolta). E allora ti rendi conto che anche se spostiamo la lente la questione del nostro rapporto con ciò che ci ostiniamo a credere di non essere – la natura – in realtà è apertissima. E mi pare che il tentativo dall’alto sia quello di premere l’acceleratore per fare in fretta a darle più fastidio.
Cosa succede a una città travolta da un ciclone? Se guardate Gummo di Harmony Korine, 1997, avrete una prova. In quel caso siamo a Xenia, in Ohio, cittadina colpita il 3 aprile 1974 da un tornado che ne ha lasciato solo macerie. Macerie le quali hanno segnato uno stato di abbandono successivo, che la politica americana non ha voluto sanare, e che ha generato una nuova antropologia di derelitti, lasciati lì, a marcire, senza alcuno strumento non solo per ricostruire, ma per ricostruirsi. L’umanità sembra in qualche modo in una fase generale di questo tipo: non si accontenta più degli uragani della natura, ma continua a moltiplicare uragani della cultura, affascinata dal miraggio della tabula rasa. Forse si sente già travolta, e vuole solo affrettare il passo, per avere un’occasione, essa stessa, di ricostruire, di ricostruirsi. E se ci provassimo senza continuare a corteggiare lo scenario definitivo della fine?

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