Due o tre anni fa, quando “in sordina” usciva ChatGPT, iniziai entusiasta a sperimentare i suoi utilizzi. Mi ricordo ancora una sera, fuori da un ristorante vegano nella provincia di Torino, giocare in macchina con mia moglie a fargli scrivere piccole poesie. Non erano un granché, ma il sistema era promettente, sentivo che sarebbe stato un game changer. Non mi sbagliavo (non che fosse una intuizione particolarmente brillante). Con ChatGPT, che eleggo a termine ombrello che comprende il rizomatico campo delle intelligenze artificiali, è cambiato tutto. Anche se ci sembra non sia cambiato nulla. Questo è il modo in cui funzionano oggi le rivoluzioni: sono surrettizie. Si insinuano nella nostra quotidianità fingendo delicatezza, ma intanto modificano inevitabilmente le morfologie del nostro vivere.
Tutti – chi più chi meno – usano ChatGPT. Ed è normale che sia così. Uno strumento che fino a pochi anni fa non esisteva oggi è già indispensabile. Lo usano anche, per inciso, i tesisti (almeno i miei, ma non solo i miei). La qual cosa è un grosso problema. Perché in sostanza molti non si limitano a usarlo in quanto strumento complementare, potenzialmente utile per alcune funzioni (immagino a cose come brainstorming, migliorie di stile, e simili), bensì si fanno concepire prima e scrivere poi l’elaborato. Con due conseguenze taciute: la prima è che, almeno per oggi, ChatGPT non scrive buone tesi, a meno di non farci un lavoro più complesso che non sia semplicemente buttargli due prompt e copiaincollare le risposte; spesso, al contrario, prende enormi cantonate, e comunque i suoi pattern discorsivi sono piuttosto riconoscibili a un occhio allenato, anche senza fare necessario affidamento a sistemi automatici di rilevazione di contenuti AI-generated; la seconda è che a questo punto si pone il problema di a chi dare la laurea, se allo studente o all’intelligenza artificiale.
Puoi biasimarli, gli studenti? Beh, in parte puoi, e deontologicamente io personalmente devo. In prima istanza perché mi perito ogni volta che li instrado verso la scrittura della tesi di specificare che poche cose mi fanno arrabbiare, e queste sono il plagio e il “post-plagio” (così definisco il copiaincolla brutale da ChatGPT o simili). La seconda perché se la tesi ha ancora una senso, allora questo è proprio nel costituire un’elaborazione che in qualche modo si differenzia da quelle prodotte dalle intelligenze artificiali. Non mi sfugge che colleghi a livelli alti o altissimi ne facciano già usi massivi, più o meno annacquati. Non mi sfugge che in buona parte dei lavori oramai ChatGPT sia un tool essenziale. Io stesso ne faccio diversi utilizzi. D’altro canto, o allora ci diciamo a chiare lettere che è definitivamente terminata l’era in cui la scrittura è considerata una competenza fondamentale dell’essere umano (cosa alla quale il giornalismo digitale, sempre più scritto da AI o, quando da umani, pieno di inesattezze, ci sta abituando), o ancora immaginiamo che nell’atto di concepire un testo e di scriverlo vi sia della significatività che una tesi deve provare a “catturare”.
È una battaglia contro i mulini a vento, evidentemente. E il terreno è in questa fase una sabbia mobile entro la quale anche chi è dall’altro lato, cioè chi insegna, deve prendere le misure. Come sarà il domani non lo sappiamo, ma almeno nell’oggi vale forse ancora la pena di provare a battere su questo impopolare chiodo: c’è – ancora – una differenza significativa fra il nostro modo di ragionare, pensare, scrivere, e quello delle intelligenze artificiali.
Saper scrivere, mi pare, è saper pensare. Se deleghiamo in maniera totale la scrittura ad altri, allora deleghiamo a loro anche il nostro pensiero (che si costituisce attraverso la gestione degli snodi argomentativi, anzitutto, cioè nell’individuazione degli effetti e delle cause). Prima di cedere così, vale forse ancora la pena di invece investire un po’ di fatica. Anche perché, qualora ci fosse qualche studente che mi sta leggendo: domani nel mondo del lavoro sarà importante che tu non sia sostituibile da ChatGPT, e perché ciò sia così dovrai essere in grado di dimostrare che il tuo contributo fa la differenza.

Lascia un commento