Un classico tardo di Umberto Eco, La vertigine della lista (2009), ricostruisce la significatività che dispositivi quali elenchi, liste, cataloghi, inventari, classifiche (già questa struttura asindetica rappresenta una lista, una lista delle liste) e così via hanno nelle culture umane. Eco è chiaro nell’individuare un gusto specifico per l’enumerazione, come forma di “messa in ordine”, che – ipotesi nostra – ha effetti estetici ma anche calmanti. Le liste ci chetano, da un lato, e ci attivano, dall’altro. I barattoli ben disposti nei supermercati vendono di più. La piramide di Ferrero Rocher è un mio vecchio kink.
In alcuni contesti le liste e i sistemi di catalogazione non sono solo un vezzo, ma una necessità. Immaginate un archivio che non abbia un qualche tipo di ordinamento. Sarebbe solo un guazzabuglio medievale, per citare La spada nella roccia. Tanto che esistono intere discipline, pensate alla fascinosa biblioteconomia, che si occupano di studiare i migliori modi per strutturare, di fatto, liste. Pensate ancora a quanto è importante prima di andare a fare la spesa preparare una lista, per evitare di farsi prendere dalla foga o dagli acquisti compulsivi. Dentro i negozi le nostre liste sono l’unica sottile linea rossa fra noi e il marketing che ci vorrebbe far comperare di tutto.
C’è però un “lato oscuro”, come sempre, che riguarda la pigrizia. Le liste oggi sono dappertutto, e anche i media sembrano aver colto la loro forza magnetica. Online ci sono format diffusissimi, evergreen che si fondano squisitamente sulla lista. Le top ten, o top cento, o top quel che volete. Le inflazionate tier list (sistemi di classificazione di qualsiasi cosa, dai personaggi di un videogioco alle merendine, in ordine gerarchico). E così via. Un canale YouTube come WatchMojo, floridissimo, sopravvive da anni così: “Top 10 personaggi femminili nei film”, “Top 10 modi migliori per vincere un oscar”, “Top 10 cibi che vi potrebbero letteralmente uccidere”. Centinaia di video costruiti secondo il criterio della breve lista, che diventa una classifica. Ma, direte voi, WatchMojo è intrattenimento. Lo stesso però accade con il giornalismo, che nelle sue varianti digitali è sempre più convertito secondo la formula: “I 5 fatti che devi sapere”, “Le 10 notizie del giorno”, e compagnia bella.
Pigrizia, dicevamo. Perché se da un lato una parte fondamentale della produzione mediale ha a che fare con modi di organizzazione del contenuto, dall’altra l’utenza – il cui attention gap oscilla (anche se spesso le cifre vengono date un po’ a caso) – si “abitua” a testi sempre più parcellizzati, ridotti a puro titolo, a voce di un elenco il cui funzionamento e la cui gerarchia smettono di essere messi in discussione. Ad esempio: con quale criterio un certo giornale ha selezionato i 5 fatti del giorno? Un tempo si parlava di notiziabilità, oggi il termine è caduto in disuso. Con quale diritto un canale YouTube ha deciso che quelli sono i 10 personaggi femminili migliori di sempre? Chi è rimasto fuori dalla lista e perché? Qual è il modello estetico di base?
Soprattutto, non è che disabituandoci progressivamente ad altri modi di assimilazione delle notizie e del contenuto, fuori dalla lista, fuori dalla smania tassonomica, rischiamo di impoverirci? D’altro canto, questo è già ben visibile nel modo in cui classifichiamo gli altri umani. Mai come oggi lo scivolosissimo territorio dell’identità è stato vivisezionato secondo etichette e categorie, opportunamente da listare. Un bel pasticcio, dunque, perché le liste sono insiemi, e alcuni insiemi ne escludono altri. Preservare lo charme della lista provando a non divenirne schiavi, questo potrebbe essere un buon modo di porsi rispetto alla questione.
Chiudo con la mia Top 5 liste:
- Menù matrimoniale eccessivamente ampolloso
- Catalogo giocattoli vecchio stile Toys ‘R Us
- Elenco ingredienti etichetta shampoo o medicine eccipienti compresi
- Titoli di coda di film bello che presentano nomi strani su cui fare battute
- Lavagnetta con cose da fare in giornata quando sono state però già depennate

Lascia un commento