Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Letterboxd e la disposofobia cinematografica

Una riflessione sullo stato delle prassi cinefile.

Letterboxd è oggi, in tutto il mondo, la più importante piattaforma modello social network dedicata al cinema. Il team di Letterboxd fa un lavoro strenuo e di rilievo nella diffusione della cultura cinematografica, e attraverso la piattaforma si possono scoprire nomi e film interessanti (anche se, dopo un po’ di utilizzo, mi pare di notare che si ripetano comunque spesso cose molto simili, e uscire da certi circuiti sia complesso).

Letterboxd rappresenta però una modalità specifica della cinefilia, che anzi invita ad abbracciare. Quella che io chiamo “modalità disposofobica”, cioè fondata su una mania dell’accumulo delle visioni. Attenzione: la cinefilia ha spesso coinciso con questa tendenza. Monografare a tutti i costi (vedere per intero l’intera filmografia di un dato regista), segnare su liste i visti e i gravemente non visti e così via. Non è quindi una invenzione di Letterboxd, quella di sottoporre l’esperienza cinematografica a un ordine di natura squisitamente quantitativa. D’altro canto Letterboxd ha sistematicamente automatizzato una simile fruizione, attraverso un sistema il cui “invito all’uso” è proprio di questo tipo: spuntare i film visti, essere investiti da miriadi di liste di film “imprescindibili”, assolutamente da recuperare, e così via. In più in qualche modo costringendo l’utenza cinefila a confrontarsi con se stessa e con le proprie terribili mancanze.

La mania dell’accumulo foraggiata dal design di questo genere di applicazioni è all’ordine del giorno. Bisogna, a mio avviso, starci attenti. C’è, anzitutto, un problema di ritenzione: quanto di ciò che si guarda compulsivamente, alla fine rimane? Quanto tempo di decantazione diamo ai film che guardiamo? È un problema che riguarda anche i festival, che per loro struttura invitano gli spettatori più appassionati a guardare anche 5 o 6 film al giorno, per diversi giorni di fila. Così succede che magari alcuni titoli rimangono impressi, sopravvivono in questa spietata “gara” a guadagnarsi un posticino nella nostra memoria, e molti altri vengono “obliterati” prima e obliati poi, magari pur essendo buoni film, ma semplicemente avendoci incontrati nella giornata sbagliata, nell’orario sbagliato, nella fascia post-prandiale che un po’ è dedicata a guardare e un po’ a sonnecchiare approfittando del buio della sala cinematografica.

Inoltre, questa ossessiva ricerca del “completismo” (termine che mutuo dal gergo videoludico), può costituire il prodromo di una specifica ansia da prestazione. Come sappiamo, la comunità cinefila tende a essere popolata da un discreto numero di spocchiosi sotuttoio. È chiaro dunque che ci si sentirà in difetto quando si saprà, consultando i loro profili, che costoro hanno per davvero visto tutto il cinema di un dato regista, mentre noi, poverini, no. Bene, sappiate che può valere anche l’esatto contrario. Tolti alcuni punti fissi (sui quali tutti, in ogni caso, ogni tanto bluffano), la cultura cinematografica è per sua felice vocazione estesa, dà spazio a tutti, a tutte le sensibilità, e per ogni esperto in un dato settore pronto a sottolineare le vostre mancanze ce n’è un altro, da qualche parte, che potrà sottolineare le sue.

Il grosso tema resta quello della FOMO, la Fear of Missing Out, su cui tornerò un’altra volta. Dobbiamo però iniziare a capire che il punto non sono i treni che perdiamo, ma quelli che prendiamo.

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