Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Invettiva al rumore perfetto

(BLOG)POST MUTO.

Nella sua Apologia del silenzio imperfetto Ugo Volli, nel lontano 1991, contrappone al brusio generalizzato e incessante dei media, sempre più fragoroso e “inquinante”, la pratica del silenzio. Non è qui un silenzio esclusivamente in negativo, da intendersi come non produzione di suoni. È un silenzio come apertura a uno spazio di senso inedito, contemplativo e filosofico, e pertanto un silenzio imperfetto, in quanto anziché ottundere la semiosi – la produzione di senso – scaturente dalla lingua, ne garantisce il nascere. Per Volli “mantenere il silenzio consiste [anzitutto] nel non fare rumore” (p. 18), cioè nel non contribuire a intasare il mondo di materia significante inerte, ma soprattutto nell’agire nel paradosso di un “taciturno parlare” (p. 20). “Rumore”, in termini tecnici, coincide con “interferenza”.

Il tema è di estremo fascino, ancor più se si pensa che le riflessioni di Volli di fatto hanno carattere profetico. Apologia del silenzio imperfetto è un volume pubblicato in tempi non sospetti, un’era in cui lo strepito dei mass media, financo avvertibile, non era minimamente paragonabile all’ambiente contemporaneo dell’always on (cosa di cui, naturalmente, chi viveva negli anni ‘90 tendeva a non curarsi, non essendo degli indovini). Ciò ci è riprova almeno del valore stesso della pratica filosofica, che di fatto non è incancrenita nel passato come il senso comune vorrebbe, né stagna nel presente, ma piuttosto problematizzando i due archi temporali riesce spesso ad anticipare non tanto quello che avverrà in futuro, ma paradossalmente i problemi che saranno connessi a quanto avverrà. Sembrerebbe un paradosso, ma la filosofia prevede spesso gli effetti prima delle cause.

Quella condizione di “programmatico occultamento del senso attraverso la moltiplicazione dei significanti” (p. 17), che Volli delinea in un contesto massmediatico, sembra oggi essersi realizzata nella sua forma più sclerotica. Anziché nel silenzio imperfetto l’impressione è che siamo, piuttosto, nel rumore perfetto. Soprattutto che, in qualche strano modo, non parlare, non “dire la nostra”, ci renda più deboli, ci proietti immediatamente nella FOMO. Come se il mondo reclamasse, a gran voce, la nostra voce. Così tutti o quasi produciamo forme di inquinamento semiotico il quale, anche se non sembra, è grave quanto quello materiale, vivendo noi in una sfera sia fisica sia simbolica.

Alcuni autori hanno provato, in tempi meno tristi di oggi, a proporre dei cambi di paradigmi economici, spesso derisi per via di una loro supposta impraticabilità. È nota ad esempio l’idea di Serge Latouche di una “decrescita serena”. Era il 2007, un anno prima della gravissima crisi finanziaria del 2008 ma già in piena recessione. Latouche esordiva così: “Dove andiamo? Dritti contro un muro. Siamo a bordo di un bolide senza pilota, senza marcia indietro e senza freni, che sta andando a fracassarsi contro i limiti del pianeta”. Il punto di Latouche era di ordine filosofico prima ancora che politico o economico: bisogna provare a immaginare un sistema alternativo che non premi, necessariamente, la crescita. Bisogna valorizzare meccanismi di decrescita. Bisogna fare cioè un’operazione semantica che non consideri come necessario segno di benessere un aumento (di qualsiasi cosa, anzitutto di profitto), se questo è scapito di molto altro.

Bene – e mi scuso per l’excursus – lo stesso vale per la comunicazione oggi. La comunicazione è in crescita, in un meccanismo di deflazione (comunicare oggi costa pochissimo), e siamo a un passo dal crac. Questo perché, in buona sostanza, non possiamo non parlare. Ma un modello alternativo potrebbe essere proprio quello del silenzio, un silenzio imperfetto, un silenzio assordante, non per questo non vigile, attento, coinvolto. Imparare, più prosaicamente, a starci zitti, a rifuggire l’ultima parola (e a evitare, il cielo ce ne scampi, la prima).

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