Le vittimizzazioni fra categorie professionali sono all’ordine del giorno. I poliziotti fanno squadra, gli autisti di autobus anche. I tassisti manco a parlarne. Non sfuggono al meccanismo i medici. Io penso che tutti questi, dal loro punto di vista, possano avere ragione (il problema è quando si esce dal loro punto di vista). Si legga questa a mo’ di premessa, su cui non intendo dilungarmi ulteriormente. Similmente, evito – almeno oggi – di impelagarmi nel dibattito enorme e grave circa lo stato della sanità italiana, il celebrato fiore all’occhiello in programmatico e apparentemente definitivo smantellamento.
Storiella personale: sono dovuto andare a fare una ecografia per una sciocchezza al ginocchio. Una sciocchezza che comunque mi fa male da due mesi. Prenotare nel pubblico: impossibile. I sistemi di prenotazione online sono tortuosi e alla fine portano nemmeno più a disponibilità di date fra un anno, ma proprio all’indisponibilità definitiva. Chiamare telefonicamente significa sorbirsi svariate decine di minuti di nenia indecente, che la muzak dei centri commerciali in confronto è Mozart, per arrivare agli stessi, frustranti risultati.
Così sono andato da privato, prenotando comodamentissimamente online, con un ventaglio di disponiblità pressoché infinite. Appuntamento nella risicata fascia 17.50-18.00, costo 77 euro. 77 euro per dieci minuti fa 462 euro in un’ora. Toglici le tasse toglici i costi, toglici tutto, sempre 462 in euro in un’ora sono. Bene, la visita è durata 3, dico 3 minuti. 3 intensi minuti di meccanicità pura, in cui lo scambio verbale è stato quasi nullo. Poi il mio nome è stato depennato da una lunga lista, davanti ai miei stessi occhi, e avanti il prossimo. In buona sostanza, non ero che un “tic”, una casella da spuntare.
Ora, il problema è che se io pago – caro – per dieci minuti di visita, vorrei usufruire di quei dieci minuti. E se ai fini tecnici tre minuti bastano, ché l’ecografo dopo essermi passato sul ginocchio non è che può dire molto altro, allora che gli altri sette vengano usati per fare quello che a mio avviso un buon medico deve sapere fare: contemperare la dimensione umana del paziente, il cui ginocchio è una particella risibile. Questo mi attendo almeno dal regime privato, visto anche che ero in un posto bello, con l’aria condizionata e il bagno pulito.
Questa componente umana mi sembra che manchi sempre di più, anche nel regime privato, dove ti aspetteresti il teatro ipocrita per cui hai pagato. Quello che il medico considera inutile, ma che per me invece è essenziale: essere rincuorato, finanche a più riprese, finanche correndo il rischio – il medico – di ripetersi. Posso scontargli un minuto, ma non sette. Il mio ginocchio fa male, i miei soldi dal mio portafoglio sono usciti, e le mie tasse foraggiano un sistema sanitario al collasso.
Ho usato molto tempo, sottratto al mio lavoro o alla mia quiete, per arrivare fino al luogo della visita. Quei sette minuti di salamelecchi me li merito, togliermeli è un’ingiustizia.
Al di là della boutade, ho cari amici (pessimo modo di dire, lo so) medici che sono persone straordinarie. E conosco anche medici che sono persone orrende. Nel mezzo il grande spettro della medietà, che ci contiene un po’ tutti, e quindi non ne faccio una questione personale ma: 1. una questione di sistema, e come ho detto non indulgerò oltre; 2. una questione di metodo, che ha invece a che fare con una forma di professionalità che, a mio modesto avviso, richiede un misto equilibrato di formazione e di sensibilità. Andare dal medico per una visita di routine (non parlo di cose gravi), per una cosa di “piccolo conto”, significa entrare in un gioco delle parti. Un gioco in cui c’è di mezzo una lauta parcella. Il gioco ha a che fare con delle chiacchiere, delle semplici chiacchiere. Il cielo solo sa quanto oggi certe chiacchiere possano fare la differenza.

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