Ho amato la stand-up comedy quando l’ho scoperta, molti anni fa. L’ho seguita, concentrandomi sui grandi nomi internazionali e su tutti quelli che mi capitavano sotto tiro in Italia. Ho comprato decine di biglietti e assistito ad altrettanti spettacoli dal vivo. Ho riso molto, naturalmente mi sono interrogato su tante cose. Poi, inevitabilmente, mi sono stancato. E la colpa, credo, non è (tutta) mia.
La stand up comedy in Italia ha attraversato una serie di trasformazioni tipiche, acuite dalla pandemia. Fenomeno di nicchia di derivazione esterofila prima, popolarizzazione tramite i media digitali poi, infine totalizzazione e approdo sistematico nei media “generalisti”. Oggi tutti o quasi sanno cos’è, conoscono i principali nomi che operano sul suolo italiano, e spesso sviluppano la voglia di provarci in prima persona, magari in una serata di open mic (quest’ultima cosa, in effetti, ci dice che la stand-up comedy oggi dà l’idea di essere una prassi ad accesso aperto). Questa dinamica di sviluppo ha naturalmente fatto molto bene a coloro i quali si sono trovati nel treno della stand-up al momento giusto: costoro ne hanno fatto un lavoro discretamente stabile e discretamente redditizio. Lato mio, lato pubblico, lato pubblico della prima ora, qualcosa di profondo però è cambiato.
A scanso di equivoci: non ho intenzione di fare un discorso à la “il primo album era meglio, poi sei diventato commerciale”. Sarebbe tanto banale quanto, in buona parte dei casi, vero. Il mio punto è un altro: nella proliferazione di stand up comedy e nell’aumento di professionisti appartenenti al parco comici il prodotto non può che diventare mainstream, da un lato, e i suoi contenuti non possono che diventare ripetitivi, dall’altro. Così gli spettacoli iniziano a sembrarmi tutti molto simili, le retoriche tutte molto vecchie e ammiccanti, e il pubblico ampliato tutto molto, troppo generalista. Una persona con cui piano piano sono tutti d’accordo non può che essere banale. Scrive Henri Bergson, nel suo celebre saggio sul Riso: “La verita è che, se si tralasciano alcuni casi molto particolari […], la ripetizione di una parola non è comica di per sé”. Vale, credo, anche per la ripetizione di un modello, se questo non è di volta in volta quantomeno ridiscusso.
C’è qualcosa che non va, secondo me, se i biglietti per uno spettacolo di stand-up finiscono mezz’ora dopo la messa in vendita. Per chi fa lo spettacolo, lo ripeto, è una manna dal cielo. Buon per lui, per lei, per loro. Ma il problema è che la stand-up comedy, almeno per come mi pareva di averla capita, era qualcosa di diverso. Era qualcosa di esclusivo perché fatta da e rivolta a un certo tipo di disagiati. C’era della sofferenza specifica e scomoda. Era consolatoria per chi la faceva e per chi la fruiva in quanto ci si trovava nel luogo di una scomodità condivisa. Da qui una autentica catarsi.
Ma dov’è oggi quel malessere, quando gli “standupper” fanno i meme, e parlano a platee sempre più vaste? Nei discorsi che fanno sulle loro sedute dallo psicologo, sui loro problemi di erezione, sulle loro pulsioni apparentemente perverse? Ma quello, cari miei, è malessere da salotto, cliché da club del canottaggio. È la retorica dei problemi “di tutti i giorni”, del “tutti abbiamo problemi, quindi ci capiamo”. Ma la stand-up che conoscevo io, e che mi piaceva, non parlava dei “problemi di tutti i giorni”, né dei “problemi di tutti”; parlava dei problemi di alcuni, parlava a certe sensibilità; parlava alle sensibilità fra sensibilità. Certo, sensibilità a cui tutti potevano arrivare, ma con una certa fatica, con un certo mettersi in gioco in prima persona.
Oggi, è mia modesta impressione, assistere a uno spettacolo di stand-up comedy non mette in gioco né te né chi lo fa. E se così è, a me non interessa più. I racconti di nevrosi e di scopate fini a se stesse non mi sembrano più abbastanza, né mai abbastanza mi sono sembrati. Si tratta di una comicità che a me, per via di una sorta di tradimento delle sue promesse – e premesse – originarie, parla sempre meno.

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