Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Il presente, si sa, corre veloce, troppo veloce. Così quello che è successo non dico ieri, ma stamattina, oggi è già obsoleto. L’impressione, di conseguenza, è che nulla importi per davvero, ma in realtà è l’esatto contrario: tutto importa troppo. Almeno questo è ciò che sentiamo (la chiamano FOMO, come si sa). Solo che non abbiamo il tempo materiale, effettivo di metabolizzare, di sedimentare. Questo è il grosso scoglio antropologico che si trova a fronteggiare l’umanità contemporanea. Il risultato è che essa, in maniera sostanzialmente autistica, non pensa a se stessa, ma si ripensa costantemente, da cui l’enorme produzione di metacomunicazione contemporanea. Ora, in questo scenario apparentemente inestricabile, che solo le ceneri del tempo sapranno interpretare in maniera un po’ più calma, il presente si consuma nella furia categoriale. Tu sei A, appartieni a B, che è sottoclasse di C, a sua volta sovracategoria di D, e così in un rizoma disordinato al punto da divenire metastatico.

La Oxford University Press ha eletto nel 2024 “brain rot” come parola dell’anno. Al di là del fatto che “eleggere una parola” è un paradosso, e che le università evidentemente faticano a non farsi coinvolgere da certe mode digitali, il dato è significativo. Conferma, come se ce ne fosse bisogno, che il tema è noto.

Brain rot significa, letteralmente, marcescenza cerebrale. La locuzione è dunque una immagine, e ci evoca immediatamente uno scenario in stile Splatters – Schizzacervelli (Peter Jackson 1992). In sostanza raffigura un’idea condivisa, e che molti additano come fosse solo l’ennesima manifestazione di panico morale: il mondo contemporaneo, la vita onlife per dirla come Luciano Floridi, può divenire così ossessiva da farci marcire il cervello. Riducendoci dunque a sorte di vegetali, disfunzionali se non a oliare l’ingranaggio generale (scrive Cristophe Dejours che L’ingranaggio siamo noi, 2021, a proposito dell’attuale conformazione – malata – del lavoro).

L’orizzonte, se letto così, appare apocalittico nei famosi termini di Eco, e a ragionarci un po’ si impara che è sempre bene evitare di essere troppo drastici, anche se tutto sembra suggerirci di esserlo. Non sarei dunque per derubricare l’intera esperienza della quotidianità, in ispecie quella digitale, a una discesa nel Maelstrom della decomposizione sinaptica. Questo blog, umilmente, prova ad esempio quasi-quotidianamente a “rispondere” in maniera proattiva, suggerendo sostanzialmente una singola cosa: la necessità, urgente, di recuperare un senso del tempo, nella lettura e nella scrittura. La qual cosa è estremamente faticosa, non dà immediati frutti (nei termini deteriori della capitalizzazione contemporanea della cultura), e proprio per questo mi pare sensata.

Il problema grosso, a mio avviso, è che la locuzione “brain rot” è descrittiva di un fenomeno già ampiamente individuato in letteratura (forme di depressione, malessere e auto-annichilimento dovute a un utilizzo indiscriminato dei media esistono e sono gravi), ma non dà ragione di un problema altrettanto significativo, che è di ordine valoriale: non riguarda la putrefazione del cervello, quanto quella dei nostri interessi, delle nostre passioni, delle nostre opinioni. Le due cose sono collegate, ma il tecno-positivismo contemporaneo tende, colpevolmente, a enfatizzare la prima, così eludendo la seconda. Come se il fatto riguardasse solo una diminuzione dell’attention gap o altre conseguenze di natura organica. Come se non vi fossero implicati degli elementi di natura eminentemente politica.

È Skibidi Toilet, fenomeno online di assoluto interesse, un esempio di contenuto che produce cervelli marci? Che devasta le menti dei “nostri ragazzi” (orrenda e paternalistica espressione)? O forse è fruito proprio perché l’utenza vi riconosce (anche) una sorta di – financo eversiva – reazione, orgogliosamente nonsense, all’overload informativo-emotivo contemporaneo? E dunque, non c’è qualcosa di politico, di semioetico, in tutto ciò? Non esistevano già nei tormentoni, nelle musiche earworm, e così via, i brain rot prima che arrivassero i video fatti con le AI e le bestemmie online?

Il punto che voglio dunque sostenere è che sì, un problema c’è, ma che temo che sia programmaticamente 1. Semplificato, 2. Fronteggiato spesso con metodi che anziché provare a risolverlo in un certo senso lo alimentano.

Restando nella metafora: l’unico modo per evitare che un cibo marcisca è prendersene cura. E per questa servono energia (un frigorifero funzionante ne ha bisogno) e giusti modi di conservazione. Vale lo stesso per i nostri cervelli, temo, e ciò è faticoso.

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