Sono contro i testi che si pongono immediatamente contro. Quindi prendete queste mie con lo spirito da boutade che vi ho innervato. Ciò detto, chi mi conosce sa della mia giocosa (ma anche seria) invettiva contro, appunto, i Funko Pop, giocattolini che da qualche anno infestano non solo i negozi delle nostre città, ma anche il nostro immaginario. Ne ho già parlato in alcune pubbliche occasioni, ma mi permetto di riassumere il mio pensiero, brevemente, qui.
I Funko Pop sono feticci, ma nel senso meno nobile del termine. Il feticcio è un delegato simbolico-oggettuale, cui affidiamo le nostre ossessioni. Ci descrive in maniera intima, e malata. Per questo va profondamente rispettato, perché è un pezzo della nostra autobiografia, come singoli e come nazioni. Ai feticci diamo, involontariamente, la chiave per comprenderci. Ma la feticistizzazione (c’è un che di marxiano, me ne rendo conto) programmatica delle merci cosa racconta di noi? Molto poco, o forse molto della nostra pochezza.
Sono spesso accusato di essere un nerd. Non mi ci sono, a dire il vero, mai sentito, e le comunità nerd quelle serie avrebbero buona ragione di tenermi ben fuori dai loro ranghi. In un testo di Gianfranco Marrone di una decina di anni fa si parla di “dilettanti per professione”, che è una categoria che trovo particolarmente adatta a me. Fosse anche solo perché spesso è il diletto a muovermi. E il diletto è nemico dell’ossessione, la quale si finge diletto per poi, di contro, surrettiziamente dileggiarci.
Ma torniamo ai Funko Pop. Questi sono venduti, proprio letteralmente, come incubatori delle nostre passioni. Ma cosa fanno alle nostre passioni? Le standardizzano, in un formato e una scala quasi univoci, derubricandole a oggettistica seriale, e trascinandole al centro della dominante culturale. Ci fanno sentire speciali, ci promettono di esserlo, ma cosa c’è di speciale nel possedere degli oggetti di consumo che hanno già tutti? E nell’averli, spesso, al preciso scopo di esporli, come a farne vanto? I feticci, quelli veri, sono cose di cui ci si vergogna. È nella natura del feticcio l’essere scomodo, non certo esposto in vetrina. È uno spettacolo per pochi, forse per nessuno, perché pochi o nessuno possono capirlo come lo capiamo noi. Un feticcio di tutti ha perso ogni suo potere perverso e oscuro, è diventato banale.
Ecco, i Funko Pop rappresentano dunque – ed è una mia opinione – da un lato la banalizzazione di ciò che veicolano, dall’altro la desquamazione commerciale di un universo assolutamente parziale (ci sono i Funko Pop di Star Wars, perché mainstream, ma non di Solaris di Tarkovskij, e il cielo ce ne scampi), che assurge però a rappresentare la totalità di un immaginario, ben più articolato e tentacolare. Così, ahinoi, ci rendono tutti un po’ più piatti, svendendo la nostra fantasia e incastrandola in una scatolina di cartone, spesso lasciata a ingiallire in una vending machine… in attesa che un amico un po’ distratto la compri per il compleanno del suo compagno di classe perché si era dimenticato di fargli un regalo.

Lascia un commento