Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Theodore Nelson, pioniere dell’informatica e PhD in Media e governance, è stato il coniatore delle locuzioni “hypertext” e “jump-link”, che oppone al più noto hyperlink per significare il “salto nel vuoto” tipico dei collegamenti nella struttura del web. È su tale vuoto che si installa il mirabile progetto Xanadu (fondato nel 1960, e primo progetto di “ipertesto”; cf. https://www.xanadu.com/), sofferto tentativo di svincolare la testualità web dall’imitazione del testo cartaceo, attraverso la cosiddetta transclusione (Nelson 1981).

L’idea appare semplice, ma la sua portata semiotica mi sembra oggi inesplorata: una “parallel literature of inteconnected documents” (Nelson 2015). La convinzione di fondo di Nelson è che il web perpetri se stesso attraverso una struttura che non preserva la significatività dei ponti fra una pagina e l’altra, destituendo la valenza semiosica dell’intertestualità, se è vero che “any text is the absorption and trasformation of another” (Kristeva 1986). La proposta è dunque quella di smarcarsi da tale struttura per concepirne un’altra, operazione difficoltosa non solo dal punto di vista tecnico e di copyright, ma anche e soprattutto da quello concettuale: “What we need is not just visible connection, but a rational and extensible structure behind it– a way of grouping parallel documents and managing their visible interconnections. That is defined by the data structure […]” (ibidem).

Rendere visibile e manipolabile la relazione intertestuale, attraverso un sistema cromatico di marker capace di esplicitare le “diverse” nature della citazione, è la sfida di Xanadu, per una nuova user experience votata al raggiungimento di un surplus di senso, a partire dai cosiddetti xanadocs. A tale modellizzazione, che non è riuscita a minare le basi dell’esperienza web, si affianca il sistema di visualizzazione dei database Zigzag, “the true generalization of structure”, fondato su simili premesse. Si tratta di un database che anziché fondarsi su uno schema top-down, per il quale la sua forma è stabilita in senso verticale dalle relazioni fra le singole strutture, segue invece un modello bottom-up, potenzialmente irregolare, illimitato, “wild”.

La struttura di base, chiamata zzstructure o hyperthogonal structure, prevede come per i database tradizionali celle disposte su righe e colonne, ma non soggette ad alcuna coordinata spaziale, relazionabili su più dimensioni. C’è qualcosa di politico che accomuna Zigzag a Xanadu, cioè l’idea che i testi, come i dati singoli, non debbano relazionarsi al lettore secondo una struttura predefinita, e decisa a priori, ma che la natura della relazione debba essere co-gestita senza il giogo della path dependence tradizionale, e che il risultato sia la visualizzazione inedita e significativa di percorsi e testi interrelati: una realizzazione pratica e condivisa della cooperazione interpretativa postulata da Eco in molteplici occasioni (1968, 1979, etc.).

La semiotizzazione dell’iter citazionistico, dell’interconnessione, potrebbe costituire una nuova frontiera di costruzione del significato online, capace di aprire inedite modalità di interfaccia con la conoscenza condivisa online (esplorabili anche come alternative editoriali), e di inaugurare innovativi paradigmi della fruizione del testo, giacché “media practice changes our ideas about media” (Bräuckler e Postill 2010).

Quanto mi piacerebbe, sul serio, sentire parlare più di cose di questo tipo, e meno di intelligenze artificiali…

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