Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Dark Star, John Carpenter e le bombe intelligenti

Sul film di esordio di John Carpenter.

Nel 2016 Elio e le Storie Tese pubblicano il loro album Figgatta de Blanc, in cui è contenuta la canzone Bomba intelligente, brano che, a dire il vero, non è considerato fra i capolavori della band milanese. Di seguito, a titolo di esergo, la prima strofa:

“Sostenendo, con la forza della ragione
Che una bomba possa essere molto intelligente
Le potresti domandare poco prima dell’esplosione
La descrizione di un tramonto
O se ha fatto già l’amore oppure no”

Prima del suo noto capolavoro, Halloween (1979), Carpenter aveva già girato due pregevoli lungometraggi: Distretto 13 – Le brigate della morte (1976), un film che, a mio avviso, mantiene ancora oggi un grande impatto visivo e narrativo, e Dark Star (1974), suo primo lungometraggio, opera d’esordio giovanile dal tono “studentesco”, ma già ricca di intuizioni che reggono ancora oggi la prova del tempo.

Siamo qui di fronte a una parodia-omaggio della fantascienza che chiaramente aveva nutrito l’immaginario del regista, anzitutto 2001: Odissea nello spazio (Kubrick, 1968). Un gruppetto di astronauti disfunzionali è in viaggio da vent’anni, in compagnia di un alieno (il cui design geniale è quello di un palloncino munito di zampe) raccolto sulla navicella a mo’ di mascotte, con un’unica missione: bombardare i pianeti “instabili” che incontrano nell’universo, allo scopo di “ripulire” il cosmo e quindi renderlo pronto per la colonizzazione terrestre. Sembra evidente lo sfondo satirico, che aleggia per tutta la visione e che trova il suo culmine nella figura di un’intelligenza artificiale impazzita (siamo, lo ricordo, nel 1974), la quale si esprime attraverso dinamiche non conformiste: le bombe atomiche sganciate dalla nave parlano e sono ben contente di adempiere al loro unico compito, cioè esplodere.

Ma c’è un ma. A un certo punto una di queste bombe, per un errore tecnico (scaturito dall’insofferenza umana che regna a bordo della navicella), viene attivata senza che si riesca a sganciarla. Parte così un countdown senza possibilità di appello: gli astronauti cercano in tutti i modi di annullare l’operazione, ma la bomba – già “scomodata” un altro paio di volte – non vuole sentire ragioni e, alla fine del conto alla rovescia, decide che esploderà, anche se così facendo porterà con sé tutta l’astronave. L’unica soluzione, ed è una sequenza straordinaria, è quella suggerita dal vecchio capitano ibernato: “buttarla sulla fenomenologia”. Provare, cioè, a dialogare con la bomba stimolandola da un punto di vista filosofico: come sai che esisti? Come sai che gli ordini che senti di dover rispettare siano veri? Se tutto ciò che sai della realtà è la traduzione di un impulso proveniente dall’esterno, come fai a non pensare che si potrebbe trattare di un terribile sbaglio?

La bomba, dopo questa conversazione, sembra ripensarci, facendo tirare all’equipaggio un sospiro di sollievo. Ma, dopo qualche minuto, decide comunque di farsi esplodere, trascinando con sé due di loro (e scagliando nell’infinito vuoto dell’universo gli altri due). Perché lo fa? Perché è vero: la bomba non ha prove di nulla, ma sa di pensare. E non può pensare a se stessa se non in quanto bomba. E non può, dunque, trovare alcuna verità che non sia nella compiutezza del suo scopo, cioè l’autodistruzione.

La qual cosa, in effetti, fa pensare: le bombe esistono per esplodere, anche quando nascono con il paradossale obiettivo opposto, quello della deterrenza (bombe che si creano perché non debbano mai essere utilizzate). Le bombe intelligenti – odiosa quanto praticata locuzione – esprimono la propria intelligenza assolvendo all’unico scopo che gli è possibile. Lo scopo delle armi non può che essere quello: vi ravvisano e esauriscono la propria fenomenologia.

Quanto ha da dire, Dark Star, sul cielo oscuro del nostro presente.

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