Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Trump lo sa dov’è il Congo

Come annientare discorsivamente più di 100 milioni di persone.

Non bisogna cedere all’errore di pensare, oggi, che, dal momento che la geopolitica si sta esprimendo nel peggio della sua crudele materialità, la dimensione comunicativa sia diventata secondaria. Essa è centrale, e le tensioni planetarie che si giocano su diversi campi sono attraversate costantemente da quello informativo, controinformativo e semiotico. La “guerriglia semiologica” di Umberto Eco è oggi moltiplicata all’ennesima potenza, ed è nella complessa ragnatela di voci, parole e immagini che circolano incessantemente – e che si configurano in un dialogo inestricabile fra produzione bottom-up e inoculazione top-down – che spesso si annidano micce pericolose.

Pensiamo al modo di fare politica di Trump e alla sua retorica della trasparenza, che è invece una oculata strategia per disseminare il caos, attraverso il quale può facilmente sottrarsi alle proprie responsabilità nei confronti del caos stesso. Sappiamo che il presidente USA ha imposto un “travel ban”, che vieta l’ingresso nel Paese ai cittadini di una serie di nazioni. Fra queste compare anche il Congo, repubblica centrafricana non certo fra le meno problematiche. Al di là delle ragioni o non-ragioni del ban, è circolata – poco – una dichiarazione di Trump sul Paese in questione: “Molte, molte persone vengono dal Congo… non so dove sia, ma provenivano dal Congo” (traduzione mia, rapida ma fedele).

Ora, possiamo cedere alla forte tentazione di derubricare la dichiarazione al solito: Trump è un ignorante, e queste parole raccontano l’ignoranza geografica (nota) degli americani. La verità, tuttavia, è che leggerla in questi termini significa, in un certo senso, far vincere una frase del genere. Perché una frase del genere è de facto una dichiarazione di ignoranza. “Non so dove sia” è esattamente quello – e il fatto di esplicitarlo rappresenta una medaglia, una forma di orgoglio. La verità è che, al di là del dato materiale (se Trump sappia o meno dove sia il Congo), è invece opportuno leggere la dichiarazione proprio al contrario. Capire, cioè, che Trump sa perfettamente dov’è il Congo, ma che dichiarare di non saperlo significa almeno due cose:

  1. Quello che abbiamo già detto, rivendicare con orgoglio la propria ignoranza (e per estensione quella del Paese che si rappresenta), come se fosse un pregio;
  2. Annientare il Congo sul piano simbolico, poiché se addirittura il presidente della “più grande democrazia del mondo” dichiara pubblicamente che non sa dove sia, allora ciò legittima idealmente chiunque altro a disinteressarsi della sua esistenza.

Se teniamo tutta la nostra attenzione fissa sulla comunicazione cosiddetta istituzionale – che esiste sempre meno – ci perdiamo una grossa fetta di queste forme apparentemente spontanee, che invece sono oggi la componente dominante della comunicazione politica (ahinoi) e geopolitica (doppio ahinoi). La rotaia su cui corre il populismo non è fatta di grandi e incravattate prolusioni, ma di piccoli segnali discorsivi, sparsi qua e là, gettati nel grande monnezzaio mediatico, e che in maniera subdola agiscono su milioni di soggetti.

Il lusso, per un congolese, di poter dire che non sa dove siano gli Stati Uniti appare ancora lontano.

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