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Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Rianimare il cinema con il cinema: su Re-Animator di Stuart Gordon

Per una seria CULTura del CULT.

Il titolo Re-Animator (1985) circola in alcune nicchie, ma non sono certo che in molti l’abbiano visto. Eppure ne varrebbe davvero la pena. Lungometraggio d’esordio di Stuart Gordon, che segna anche l’inizio della sua collaborazione con Brian Yuzna, il film è uno spasso unico, anche – e soprattutto – per via dei suoi buchi e dei suoi bachi.

La trama: uno studente di medicina pazzo sperimenta un siero verde fluorescente, capace – se iniettato nei cadaveri – di riportarli in vita. Gli effetti, naturalmente, sono drammatici, perché questi redivivi si comportano tutt’altro che bene. Un vecchio professore di anatomia patologica intanto fa come la volpe con l’uva: disprezza e sminuisce le teorie dello studente, salvo poi cercare – quando si avvede che aveva ragione – di rubargli tutto il lavoro. In tutta risposta viene decapitato con una vanga e poi “risvegliato” con il siero; per il resto del film se ne andrà in giro (il corpo portando con sé la testa mozzata) a combinare di tutto.

Cosa c’è di bello, potreste pensare, in un film del genere (o, più propriamente, in un film di genere)? Beh, è chiaro che non si può chiedere a Re-Animator ciò che si chiede, che ne so, a una screwball comedy o al cinema di Béla Tarr. Ogni film parte non solo da alcune premesse, ma anche da alcune pretese. Se tu, come spettatore, ti rifiuti di accettarle, allora è inutile che lo guardi. Se invece con queste pretese provi a dialogare, allora i risultati potrebbero essere perfino gradevoli. Re-Animator è, invero, un ottimo esempio di quel cinema body-oriented in cui ogni effetto è realizzato a mano (il famoso trucco prostetico). È anche una bella versione, nel suo essere posticcia, di un racconto di quel Lovecraft che ultimamente va assai di moda. E ancora, se sospendiamo l’incredulità quanto basta, è una versione tutto sommato interessante di alcuni miti e archetipi classici, che spaziano da Frankenstein a Pigmalione.

Non mi pare, oggi, di vedere alcun Re-Animator all’orizzonte, eppure leggo costantemente della crisi del cinema. Una crisi che è certo vera da un punto di vista economico, produttivo, distributivo e naturalmente politico (ovvero nella gestione politica della creatività e delle arti in un contesto globale miserrimo). D’altro canto, è chiarissimo come il rinnovato interesse per l’horror contemporaneo risponda a un bisogno collettivo: esorcizzare il terrore del quotidiano – ormai tristemente divenuto ordinario – con degli orrori straordinari, in cui la morte viene negoziata con fare giocoso.

Allora, forse, un abbozzo di ricetta per rianimare il cinema sarebbe proprio quello di ripartire da Re-Animator: dal basso budget, ma dalle idee sfrontate, coraggiose, caustiche, in cui l’investimento scarso si converte in potenza espressiva e – potenzialmente – in fenomeni di largo apprezzamento.

Forse non serve una rivoluzione, ma solo un po’ di siero verde e una buona testa (anche se decapitata) per ridare vita a un’arte che, proprio come il cinema, continua a risorgere.

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