Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

L’ultima pistola del mondo

Ogni tanto scrivo racconti.

Al museo civico di Newport, Rhode Island, era tutto un vociare di bambini. Ingresso omaggio scuole tutti i primi mercoledì del mese, questo il cartello che campeggiava fieramente all’ingresso. Così gli insegnanti ne approfittavano per prendere una boccata d’aria, e gli studenti erano liberi di scorrazzare fra le teche impolverate di quella istituzione vetusta, lasciandosi catturare da qualche dettaglio o semplicemente passando il tempo in maniera meno noiosa che in classe. Il museo civico di Newport non era certo la più gettonata delle attrazioni. Situato nel Rhode Island, il più piccolo degli Stati Uniti d’America, era in mano a una vecchia associazione di conservazione culturale, che si tramandava il compito da generazioni. Così fra qualche vecchio documento illeggibile, le sedie a dondolo comuni prelevate da chissà quale antico cortile e il binocolo di un marinaio ignoto, ammantare di fascino questo posto abbandonato da tutti era affidato a una vecchia guida.


La barba bianca e l’aspetto scorbutico non erano il miglior punto di partenza. Quel piccolo mausoleo dei tempi che furono rappresentava tutta la sua vita, intrappolata nel giogo della nostalgia, male terribile tanto dei nostri tempi quanto di quelli dei personaggi di questa storia. Comunque, non importava nulla a nessuno della nostra vecchia guida. Vedovo che cercava qualcuno di interessato alle sue storie trovando al più gli sguardi annoiati di bambini e insegnanti. Nemmeno a noi, per ora, interessa ridargli quel briciolo di dignità che la vita gli aveva impietosamente levato. Tenere assieme le tre classi di quel mercoledì mattina era più arduo del solito. Salvo la guida senza nome, incapace di farsi rispettare da alcuno, gli insegnanti dovevano spesso sbraitare per contenere la furia vitale dei ragazzini. Il risultato era uno strano panorama sonoro, ove il vociare indistinto veniva rotto dagli strilli dei docenti che attraversavano indisturbati i grandi vani del museo, rimbalzando da una parete lignea all’altra per dissolversi nella disattenzione generale. Ordinaria amministrazione un po’ per tutti dunque, era un tipico primo mercoledì del mese; fuori dal museo il cielo era di un azzurro particolarmente pulsante, e le poche nuvolette sparse, assieme col prato tagliato all’inglese, adornavano la vista patriottica di chi passava di lì. Patriottica perché, ovviamente, non sei un buon museo americano se non esponi le bandiere a stelle e strisce. Possa il vento rigonfiarle oggi e sempre di orgoglio nazionale. Sulla bandiera non si scherza, e su questo non erano d’accordo solo gli americani, ma tutti e quindici i miliardi di cittadini del mondo.


A X, da qui in avanti Marcolino, del museo interessava allo stesso tempo poco e molto. Poco come a chiunque, ché per entrare per davvero nelle storie racchiuse in ogni singolo reperto bisognava concentrarsi più di quanto quella mattina pressoché tutti erano disposti a fare. Molto perché, come a tanti bambini, in quel vecchio di cui era disseminato il luogo Marcolino vedeva del nuovo, o se non del nuovo quantomeno del curioso. Si pensi al binocolo di cui sopra: tutti quelli che passavano di lì dovevano almeno toccarlo, e i più coraggiosi se lo infilavano davanti all’occhio simulando d’essere pirati o qualcosa del genere. Ecco, Marcolino era fra i più coraggiosi, e anzi aveva la mania di mettere le mani dappertutto. Gli insegnanti lo sapevano e, salvo situazioni particolarmente delicate, lo lasciavano fare. Tanto, lo stato di conservazione dei reperti non era minimamente in discussione: protetti dalla vernice brevettata più di un secolo prima, li si poteva maneggiare come si voleva senza alcun pericolo, e finanche farli cadere o lanciarli alle pareti. E anzi farlo era in un certo senso cosa gradita nei musei – a tutti tranne al personale che la sera doveva risistemare le cose per il mattino dopo.


Dopo secoli di obbligate riverenze finalmente si era superato il problema. Era bastata una vernice speciale. Ora al museo si andava più a toccare che a guardare, e anche nella museologia il fatto era stato accettato. D’altronde, si dicevano non a torto i meno raffinati in caffetteria, che cosa mai puoi pretendere di capire di un binocolo se non lo sollevi in mano per sondare quanto pesa? Ah, e la vernice, incolore e inodore, funzionava molto bene anche sui tessuti organici. Lavabile la sera, la mattina molti genitori ne applicavano un sottile strato sugli arti inferiori e superiori dei loro figli. I più apprensivi anche sul torace e sulla schiena, eccezion fatta per la faccia, perché purtroppo la sostanza urticava gli occhi e, se inalata quando ancora non asciutta, produceva un terribile senso di nausea. Niente di grave, dunque, ma non c’era proprio il bisogno di sottoporre la propria prole alle noie del prurito o dell’imminente senso di vomito. Addio dunque a sbucciature e altre spiacevolezze. Erano tutti contenti, salvo le compagnie assicurative, che avevano ripiegato su altri affari.

Fu così che, mentre tutti continuavano a toccare, urtare e ribaltare secoli di storia laccata, Marcolino aprì una teca dimenticata, infilò la mano, trovò l’ultima pistola del mondo, e ispirato dalla forma di questo oggetto misterioso se la puntò verso gli occhietti. Da quel giorno, il museo fu chiuso al pubblico. Non per sicurezza, ma per patriottico rispetto.

+

Lascia un commento