Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Il senso polemico dell’ingenuità

Riflessioni ingenue

Fra le molte false posture cui la mediasfera ci ha abituati c’è senz’altro anche quella della “svampitezza”. Intollerabile per chi, al polo opposto, è invece affetto da nevrosi, siano esse diagnosticate o meno. Un esempio su tutti: la società si divide fra chi arriva in anticipo, spesso in largo anticipo, e chi arriva in ritardo, spesso in offensivo ritardo. La puntualità è un intorno sul quale gravitano due disposizioni dell’animo che sono anche due modi di interpretare i propri rapporti con il mondo circostante. L’uno potrà sempre accusare l’altro, e così reciprocamente, di “non saper stare al mondo”.

Ma cosa significa saper stare al mondo? Sapersi comportare? Saper seguire gli script che regolano il nostro agire quotidiano? O tutto il contrario? Preoccuparsi troppo o preoccuparsi poco? Attagliare la realtà con il massimo senso di partecipazione o, di contro, farsi da quest’ultima in una certa misura attraversare?

Pensiamo al caso stimolante dell’ingenuità. Questo termine oggi designa in buona parte dei casi un attributo negativo. Essere ingenui è, secondo una certa dominante ideologica, “non saper stare al mondo”. Tuttavia se si risale all’etimologia latina, allora l’ingenuitas era di fatto una condizione di innatezza specifica: l’esser nati liberi. Come se tale libertà fosse in qualche modo inscritta nel DNA del nascituro. Una bella differenza. Allora come mai oggi, invece, l’ingenuità è caratteristica detestata? Perché oggi la realizzazione si attua mediante l’appropriazione del mondo e il suo consumo spietato. Così l’ingenuo è indegno poiché non divorato dalle ambizioni, dalla volontà cieca di soprassalto e sopraffazione. In un vecchio episodio dell’Ispettore Derrick questi diceva: “Ingenuità purtroppo è una parola fuori moda al giorno d’oggi, ma forse è proprio perché viviamo in un mondo corrotto che ne avvertiamo il fascino”. Sono d’accordo.

L’ingenuità è dunque in un certo senso una scelta di postura, controcorrente, carica di una vis polemica (e politica). Da qui il monito: attenti a farvi dare degli ingenui, poiché dietro tale accusa – “protetta” dalle sue sembianze apodittiche – c’è il tentativo di lanciarvi in quella che Elizabeth Noelle-Neumann chiamava spirale del silenzio. Stai zitto, sei troppo ingenuo = non capisci la complessità di ciò di cui stai parlando, e la tua posizione è arretrata. Va da sé che potrebbe anche essere vero, ma anche va rilevato come l’utilizzo retorico dell’ingenuità, come arma per zittire alcune posizioni legittime, rischia di essere assai pericoloso.

Si pensi, putacaso, al modo in cui nel mondo odierno si taccia chiunque provi a contrapporre all’imperante retorica bellicista una visione pacifista del mondo. Quest’ultimi vengono sistematicamente tacciati di ingenuità. Sarebbe a dire: non si rendono conto del fatto che la loro proposta (quella di un disarmo, di una pacificazione, di abbracciare soluzioni di dialogo) è primitiva nella misura in cui non coglie gli elementi in gioco. Non coglie la complessità della situazione, e quindi è puro esercizio di imbarazzante naïveté. Con un po’ di lucidità ci si avvede così che dietro la presunzione di complessità di una posizione si nullifica l’altra, la quale è tacciata d’essere invece semplicistica. Ma se la posizione ingenua fosse invece quella più complessa, e quella apparentemente più matura non fosse invece la più sempliciotta? Restiamo nel triste ambito della guerra. Quanto è più facile, sin da bambini, picchiarsi, piuttosto che fare la pace? Per picchiarsi serve poi poco. Per fare la pace serve invece uno sforzo enorme, una messa in discussione dei propri punti di vista, una rinuncia più o meno grande all’orgoglio personale, il superamento sintetico delle ragioni dell’antitesi originaria. Mi pare, a occhio e croce, che sia una scelta tutt’altro che ingenua nel senso deteriore che al termine è stato attribuito. Così come abbandonare la nevrosi e provare a cogliere il mondo per come viene (senza con ciò mai deresponsabilizzarsi, la qual cosa sarebbe dolosa e dolorosa) mi pare, in ultima analisi, tutt’altro che una mossa da semplici.

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