Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Q.I. un tanto al chilo

Notazioni per una AI pubblica

Quanto pagheresti per una pillola come quella di Limitless (Neil Burger, 2011), capace di sviluppare a dismisura la tua intelligenza? Ho ragione di credere che una “medicina” del genere diverrebbe in rapidissimo tempo un bene di extra-lusso, con tanto di mafiette e mafione implicate ecc., un po’ come nel film. Sul mercato, ad oggi, esistono farmaci e parafarmaci per concentrarsi, dalle pastiglie di fosforo agli integratori di Ginkgo biloba. Può darsi che alcuni di questi presidi contengano eccipienti utili ad aumentare il tono della nostra “salute intellettuale”, ma ancora – mi pare – non si può vendere l’intelligenza… oppure sì?

In effetti l’intelligenza è sempre più in vendita. Lo è da molto tempo, in forme varie. Quando un’azienda stipendia un consulente per chiedere assistenza su uno specifico problema, sta pagando in parte per le sue competenze, ma anche per la sua intelligenza. E in fondo la stolida dicitura contemporanea delle “soft skills” designa capacità intellettive di varia natura, difficilmente quantificabili proprio perché hanno a che fare con certi modi di interagire con gli altri e con gli ambienti (un modo, a esser tecnici, per monetizzare le nostre capacità enattive).

Oggi, naturalmente, l’intelligenza si vende anche, e forse soprattutto, quando è artificiale. E qui casca il famoso asinello. Il mercato delle AI si è infatti configurato come un oligopolio entro il quale si fanno strada silenziosamente alcune soluzioni gratuite, di solito meno performanti o più difficili in termini di user experience design. Insomma: per iniziati. Si è seguito cioè lo stesso sistema adottato nel mercato, ad esempio, dei laptop. Come noto, Mac non vende macchine necessariamente più performanti dal lato hardware, ma ottimizzate dal lato software, e quindi banalmente agibili con più facilità. La qual cosa, anche giustamente, l’utente medio interessato a usare le macchine per fare delle cose specifiche, e disinteressato alla meta-informatica, apprezza.

Così sistemi come ChatGPT, Gemini e compagnia bella funzionano ad abbonamento, vendendo dei “pacchetti”. Un po’ come Netflix. Su Netflix i vari tipi di abbonamento, almeno quando scrivo queste righe, ti consentono l’accesso allo stesso bundle di contenuti, ma con una serie di vantaggi man mano che paghi (annullamento della pubblicità, migliore qualità di trasmissione visiva, più dispositivi connettibili, e via discorrendo). Cosa fa, invece, ChatGPT? Beh, ChatGPT ti dà da un lato accesso a servizi diversificati, dall’altro a modelli più prestanti. E questo è un po’ il mio punto oggi: e cioè che, di fatto, chi è più povero oggi ha accesso a un’intelligenza artificiale, ma questa è un po’ più stupidina di quella che può adoperare chi ha i soldi (questi abbonamenti non costano nemmeno così poco).

Ecco, non so, mi permetto di dire che c’è qualcosa di straniante in questa specifica configurazione della questione. In sostanza, con più denaro puoi comprarti più quoziente intellettivo (il paragone può essere considerato improprio per mille motivi, ma d’altro canto viviamo nel reame delle associazioni pressappochiste). Così avrai risposte meno banali, più sul pezzo, più “ragionate” o “ragionevoli”. La promessa è: più è costosa l’AI, meglio ragiona. Meglio, dunque, risponde ai tuoi quesiti. Immagina di avere una domanda urgente e di poter scegliere di farti rispondere da uno scemotto o da un intelligentone. Da chi andresti?

Nel campo del corpo esistono – poche, ma fondamentali per la questione di principio – le palestre sociali, con prezzi popolari; sono un po’ più trasandate di quelle blasonate il cui abbonamento fa venire le vertigini, ma c’è più o meno tutto ciò che serve; i soldi comprano la cosmesi, ma la sostanza del servizio è inalterata. Nel campo delle intelligenze, invece, mi pare, la sperequazione è più evidente e problematica. Il Q.I. si compra un tanto al chilo.

Va da sé che ben poco posso rimostrare al mercato, perché esso è tale, bellezza. Ma forse è il caso, oggi, ormai, di iniziare a premere per sistemi di intelligenze artificiali pubblici, open access, come lo sono le biblioteche. Se tutti, in un modo o nell’altro, le AI le usano, allora forse non è più solo una questione di vendere un prodotto, ma di immaginare che le AI siano un servizio essenziale, e quindi da universalizzare. Magari, come per la TV pubblica (apriti cielo…), si potrebbe immaginare un canone annuo.

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