Il Cosmopolitan del 12 giugno 2025 è chiaro: Tananai, celebre cantautore contemporaneo, vuole andare a vivere a Tokyo, almeno per un po’. Lo ha dichiarato durante il podcast Pezzi: “Adesso che sono andato a Tokyo, mi sono innamorato effettivamente della cultura del posto, perché ti cali davvero in una realtà parallela. E mi sono sentito per la prima volta – capita anche da altre parti – straniero, ma straniero “forte”. E mi ha affascinato molto questa cosa, anche perché hanno appunto una cultura radicalmente diversa dalla nostra, non è un posto improntato sul turismo. Voglio andare lì e imparare il giapponese, credo”. Buon per Tananai, credo.
Vaglielo a dire, tuttavia, che Tokyo oggi appare come una specie di provincia di Grosseto, sul piano culturale. Che se provi a metterci piede (lì come a Osaka, Kyoto, Okinawa e via discorrendo) anzitutto devi trovare lo spazio per appoggiare la suola, visto che il Paese intero è afflitto dalla seria piaga dell’overtourism. E che se comunque riesci a mettercelo, il piedino, poco dopo sbatti con un altro europeo, con lo smartphone in mano, che sta facendo un video su, alternativamente: bustine di carte Pokémon, incrocio di Shibuya, provo il sushi giapponese, i cervi, i bambù, ‘stocazzo.
Il Giappone oggi è una terra inquinata da una discarica di stereotipi digitali e umiliata dalla nostra depredazione. Il nostro massimo sogno è aggirarci per un negozietto nel quartiere degli otaku e tornare a casa con un pezzo di resina colorato a forma di eroe dei fumetti. Il Giappone ci viene raccontato con uno sguardo perennemente esotizzante (“mi sono sentito straniero”), che finge di apprezzare la diversità culturale ma in realtà non va che a cercare conferma di quelle quattro atmosfere in croce che Instagram e TikTok hanno eletto a meraviglia. È la terra promessa come lo fu qualche decennio fa l’America con l’aiuto del cinema. Solo che l’America è grande, il Giappone pure, ma meno, e i centri di interesse sono ridotti a sempre i soliti. Il Giappone è, anche per colpa sua, ostaggio delle nostre morbosità. Piegato e piagato dai suoi prodotti culturali più evidenti, che lo riducono a una specie di fabbrica di anime e manga (ciao teatro nō e kabuki, ciao cinema d’autore, ciao ciao). Trasformato in una sorta di terra-macchietta. Emblema di un modo di interpretare il viaggio, ma pure il turismo stesso (espressione vituperata, ma che rispetto al modo insostenibile di fare le “vacanze” oggi appare un lusso), assolutamente deleterio.
Chiunque sostenga di amare il Giappone dovrebbe fare, io credo, sostanzialmente due cose:
- Chiedersi se ami veramente il Giappone; o se invece sia un’altra delle pecore addomesticate a suon di Dragon Ball, Naruto, One Piece, fluffy cake e vending machine. Tutte cose belle, ma oggi assimilate al rango di istituzioni totali.
- NON andare in Giappone. Dare il tempo a quel Paese di provare a rientrare in una dimensione vagamente sana, liberata da torme di influencer – molti dei quali miracolati ignoranti come delle zappe – che come zecche vanno per prendere (visualizzazioni e monetizzazioni) senza dare in cambio nulla (non mi si dica che ci lasciano qualche migliaio di euro, che mi pare anche il minimo).
I migliori auguri naturalmente a Tananai – che rispetto e la cui musica peraltro mi piace, non ironicamente, moltissimo – per il suo trasferimento. Mi auguro che non si debba ricredere, trovandosi di fronte a una pletora di mentecatti, quando sostiene che “non è un posto improntato al turismo”.

Lascia un commento