Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Tim Burton li sa ancora fare i film?

Dispiaceri di un vecchio fan.

Sono cresciuto con il cinema di Tim Burton e, come tanti della mia generazione, è per me stato una tappa fondamentale, quantomeno nello sviluppo di una cultura cinematografica. Non credo, invece, di essermi mai “appoggiato” al suo cinema per trarne qualche tipo di conferma identitaria. Il primo Tim Burton era un autore coi fiocchi. Non tanto per la qualità della sua regia, quasi sempre – a memoria – piuttosto lineare, bensì, naturalmente, per l’estro della messinscena. E anche per la sua poetica-retorica, che dipingeva a tutti gli effetti un mondo di margine, fatto di reietti, di ultimi che come tali divenivano protagonisti.

Parlo, concentrandomi sulla produzione di lungometraggi, di film come Beetlejuice (1988), Ed Wood (1994), perle come Mars Attacks! (1996) o Il mistero di Sleepy Hollow (1999). Fino, diciamo, a Big Fish (2003), come è noto, c’è stato un Tim Burton con molti alti e pochi bassi, perfettamente non solo collocato nel suo tempo (il ventennio che va dalla fine degli anni ’80 alla metà degli anni 2000), ma anche capace di definire quel tempo. Quel Tim Burton è, lo ripeto, un autore. Come tutti gli autori ha le sue limitatezze, ma anche le sue grandiosità.

Cosa sia successo dopo, però, mi lascia perplesso. Specie se osservo come, nonostante ciò, il nome di Tim Burton continui a essere associato a ottimo cinema. E anche facendo una conta grossolana della quantità di tesi che, ogni anno, mi vengono richieste sul regista di Burbank.

La mia idea rimane quella di una problematica nostalgia posticcia, per la quale anche le nuovissime generazioni in qualche modo si avvinghiano al passato che Burton incarna. Sul primo elemento, invece, l’unica spiegazione che mi viene in mente è che in qualche modo il regista viva di rendita. Di ottima rendita, direi.

I film post-Big Fish mi sembrano percorrere una parabola discendente e manifestare un così lampante esaurimento dei temi burtoniani da lasciare poco spazio a dubbi. Nessuno di questi è esaltante, e anzi molti sono, obiettivamente, “problematici”. La sua Alice in Wonderland, per non parlare del suo Dumbo, e così con La fabbrica di cioccolato e a seguire. Una nota a margine si può scrivere su Beetlejuice Beetlejuice, che mi è piaciuto per motivi che forse con il cinema hanno poco a che fare (il discorso si farebbe complesso), e forse per il dittico Dark Shadows–Big Eyes (è un dittico tutto mio, lo so).

In ogni caso, è chiaro che questa “seconda fase” di Burton sia quantomeno discontinua, e si scaraventi, alfine, su operazioni come Mercoledì. Quest’ultima, a dirla tutta, non è che non sia guardabile. È anzi un discreto prodotto di consumo – parlo della prima stagione, la seconda devo ancora vederla. Di consumo, appunto, cioè ben lontana da quello che usualmente considereremmo un esempio di autorialità. Ma nulla mi toglie dalla testa che il progetto stesso di Mercoledì non sia la conferma delle ossessioni del giovane Burton da parte del vecchio Burton, quanto piuttosto il loro programmatico tradimento. Nessuno può credere che la bellissima Jenna Ortega, con le sue danze sinuose, sia effettivamente una reietta. Reietti lo si è, non lo si fa. Né è ammissibile sospendere l’incredulità di fronte a una scuola per “disgraziati” che ha le sembianze di un sontuoso castello. Né, ancora, sono disposto a tollerare che le atmosfere stralunate e autenticamente weird di Edward mani di forbice, genuino personaggio tragico, vengano anche solo lontanamente messe a paragone con il pattume estetico netflixiano.

E così, mi viene da chiedermi: ma Tim Burton li sa ancora fare i film? I più maliziosi diranno che in realtà non li ha mai saputi fare. Io invece resto un burtoniano delle origini, e spero di vedere smentiti i miei lugubri sospetti.

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