Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Che fine ha fatto il granchio blu? O della crisi definitiva dell’ontologia

In fondo al mar Nessuno ci frigge o ci cucina In fricassea!

Un’altra estate che se ne va, e con essa ci salutano i suoi strascichi di sogni infranti, fra cornetti Algida (non ne ho mangiato uno), amori rotti e omelie sul tramonto. Tutto, chiaramente, con il sottofondo di notizie orrende e di uno scenario globale da far tremare le vene ai polsi. E però, va detto, non tutto il male è venuto per nuocere. Ripensavo infatti allo spauracchio del granchio blu. Ricordate, il temibile pericolo chelato, color lapislazzulo, che minacciava i nostri amati mari? Quello con il quale avremmo dovuto imparare a convivere, e che anzi eravamo invitati a mangiare facendo pure poco i pretenziosetti, ché non sarà saporito come il granchio arancione, ma ogni boccone è un respiro in più che davamo al nostro ecosistema? Rimembrate degli speciali televisivi, con i cuochi che ci raccontavano le ricette gourmet con il suddetto crostaceo? Era solo l’estate scorsa, e questo temibile attore ittico si era imposto con vigore nel nostro immaginario, tingendolo di tinte fra l’indaco e il cilestrino.

Non ho visto più un singolo contenuto sul maledetto crostaceo decapode, né ne ho visti esemplari in qualsivoglia banco al mercato o al supermercato.

Cosa dimostra ciò? Che forse il problema del granchio blu, presentatoci 365 giorni fa come il peggiore dilemma con cui potessimo interfacciarci, si è magicamente risolto? Forse. Difficile a dirsi, a meno di non consultare rapporti specifici. In realtà però se poi cerchi fra le notizie, non quelle che ti arrivano, ma quelle che devi andare a recuperare, scopri che no, il problema non è risolto: il granchio blu ha decimato le popolazioni di vongole, ad esempio, mi dice il Watcher Post, e Dissapore ipotizza l’utilizzo di dissuasori sonori per in qualche modo tenerlo a bada. Allora se una cosa la dimostra, ecco cos’è: l’ontologia oggi, cioè le cose per come sono, è sotto scacco, e perde programmaticamente contro la mediologia, cioè le cose per come vengono raccontate.

Una banalità, direte. La solita storia dell’agenda setting. Vero, come è vero il fatto in sé però. Ma vi dirò di più. Le popolazioni di vongole si sono decimate, dicevamo. Questo è il fatto ontologico. La cosa interessante però è che nonostante ciò sia vero da un punto di vista ontologico, nulla ci impedisce di andare oggi al supermercato e comperare, chessò, dieci kg di vongole a uso privato. E se vai al ristorante gli spaghetti con le vongole non mancano. Granchio blu o non granchio blu. Il 10% delle vongole rimaste basta comunque.

E così siamo a identificare due ordini di problemi. Il primo è quello banale di cui sopra: l’allarmismo mediatico scade più in fretta di uno yogurt biologico, e della cosa siamo consapevoli un po’ tutti. Provate a chiedere ai vostri conoscenti “Che fine ha fatto il granchio blu?” e state pur certi che la domanda verrà interpretata come ironica… come a dire: lo sappiamo un po’ tutti che il giuoco è questo. La contemporaneità, bellezza.
Il secondo è che il granchio blu, come – chessò – la peronospora, esiste e fa i suoi bei danni (non per colpa sua, peraltro… ci è solo finito in mezzo), ma la società occidentale si è costruita con un design specifico: fingere di spaventarsi ma poi nascondere sotto al tappeto. Chissà che danno potrà mai aver fatto il granchio blu alle vongole, se io le vongole continuo a poterle mangiare. La globalizzazione, bellezza. E così il conto, come sostiene Saitō Kōhei nel suo importante Il capitale nell’Antropocene, lo paga qualcun altro.

Un giorno qualcuno, fosse anche un pesce brachiuro della famiglia Portunidae, verrà con le sue chele a pizzicarci, e chiederci conto del nostro modo dissennato di esistere, producendo debiti che poi facciamo maturare sulle spalle di altri.

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