È recentemente uscito l’ultimo volume di Dario Martinelli: Anche Hitler era vegano: demagogia e stereotipi della vegafobia (per la collana “Il caffè dei filosofi”, Mimesis 2025). Ho letto il volume con interesse e, direi, con “facilità”, anche per via dello stile dell’autore, sempre orientato alla comprensibilità (anche in forza di un “sacrificio” dei tecnicismi che nel nostro ambiente sono pane quotidiano). Martinelli, dovete sapere, è un autore prolifico e poliedrico. E, anche se spesso rischia di venirvi totalmente associato (come specifica nel libro), il tema del veganismo è solo uno di quelli che pratica (e per il quale è oggi un solido punto di riferimento teoretico). Questo punto, mi si consenta, non è solo introduttivo e aneddotico. È anzi direi metodologico e ideologico (metodolideologico?). Perché questo volume parte da premesse ferme e da una certa appartenenza, che è anche una forma di battaglia, ma lo fa non piegando il mondo tutto alla causa animalista, quanto invece provando a costituire un punto di approdo – e, sperabilmente, di partenza. Non senza sforzi, in primis quello, appunto, di ragionare in maniera obiettiva, lucida, informata e informale.
Il risultato è che il volume è, anche da parte di una prospettiva “carnista” (adotto il lessico suggerito dall’autore) come quella del sottoscritto, in buona sostanza difficilmente controvertibile. I dati esistono, sono inattaccabili, e vengono sciorinati con onestà intellettuale. Ma al di là dei dati, l’approccio è quello di un semiologo interessato alle dinamiche discorsive che in maniera più o meno trasparente attraversano e venano di “vegafobia” il nostro quotidiano. E se in alcuni casi queste dinamiche ci sono date a vedere, abbastanza chiaramente, in altri è Martinelli a mostrarcele, con l’esperienza di chi si è educato a intravederle nel corso dei decenni e ha al contempo sviluppato gli strumenti per poterle formalizzare. Ecco, questo è un libro che ha lo scopo di guidarci a intus legere la retorica vegafobica. Il che significa che, per chi veg* (l’asterisco è la formula, inclusiva, che adotta l’autore) non è, il volume assume certi gradienti di scomodità. Ma anche provvede piste utili a ripensare le nostre abitudini, non solo alimentari. E, ancora, ci dà la possibilità di smarcarci da una vetusta dicotomia – acuita da imbonitori radiofonici e televisivi – che prevede come programmatica una guerra interna fra carnisti e veg*. Martinelli chiaramente non nasconde la sua posizione, ma si pone il problema dell’efficacia del suo discorso. C’è acume semiologico in questa strategia metadiscorsiva. C’è, anche, l’audacia di, come egli stesso ammette, “scontentare un po’ tutti quanti”. Troppo moderato per gli attivisti più spinti (che rischiano di fraintendere il senso della loro battaglia ripiegandolo sul proprio ego), troppo spinto per coloro i quali da quell’orecchio più che non sentire non vogliono sentire.
Alcuni dei passaggi più, per me, stimolanti. La dinamica della do-gooder derogation, ovverosia quel meccanismo cinico per il quale si tende a sminuire chi è spinto da buone intenzioni, stigmatizzandolo. La nozione di antropoteosi, già precedentemente codificata da Martinelli e, ritengo, complementare a paradigmi come quello dell’antropocene, che però rilegge in un’ottica demiurgica, orientando quindi la questione su uno specifico asse ermeneutico. Lo strumento teorico, che mi pare molto convincente, di “unità della valuta del discorso”, già implementato in precedenza da Martinelli e qui ulteriormente applicato con successo. La parte sulla vegafobia su schermo, costruita come una rapsodia di riferimenti in quanto cantiere aperto per chi volesse scendere più a fondo e misurarsi con un universo audiovisivo il quale, se così organizzato (grazie al paziente lavoro dell’autore), parla in maniera particolarmente efficace.
E i suddetti non sono che spunti di un programma etico e teorico di lunga data, che Martinelli continua ad aggiornare, con l’ardimento di contemperarvi anche un certo, calibrato biograficismo, il quale con grande attenzione non contamina l’analisi ma contribuisce a sedimentarla in un retroterra storico-politico preciso.
Anche Hitler era vegano, pur essendo un libro leggibile con certa facilità, non è un libro facile. Non vuole esserlo. Nell’incontrastata marea di pubblicazioni a cadenza quotidiana e di instant book che, con una certa faciloneria, parlano del più e del meno, il volume di Martinelli spicca per qualità, ponendosi obiettivi per alcuni senz’altro sgraditi. E lo fa con la delicatezza di chi su certe questioni ha maturato convinzioni fondate e un’autorevolezza tale da poter, addirittura, tradire un po’ tutti. Fuori luogo, orgogliosamente, in più sensi. Per me un testo consigliatissimo.

Lascia un commento