Ho abbastanza chiari i traumi che mi hanno reso aracnofobico. Sono due, e non so quale dei due sia venuto prima. Li espongo secondo un’ipotesi logica.
Il “primo” fu la visione, in televisione, di un film: Aracnofobia di Frank Marshall, del 1990, anno peraltro della mia nascita. Devo averlo visto un pomeriggio o una sera degli anni Novanta, anni favolosi quelli — se si vuole indulgere nella nostalgia posticcia cui ci aggrappiamo per non sprofondare nel baratro del presente. Ne ho ricordi vaghi, a macchie, ma certo sortì in me effetti inaspettati, e ho il sospetto di non essere stato l’unico a patire quella messinscena aracnide.
D’altro canto, i film sui ragni costituirono a tutti gli effetti un florido filone cinematografico, spesso straight-to-video o dichiaratamente di serie B, oggi disciolto — anche, ipotizzo, perché assorbito dall’universo dei video online, con i vari “testatori di punture di insetti” e simili amenità. Arac Attack del 2002, di Ellory Elkayem, divenne più celebre, ma non possedeva quella forza sottile del film di Marshall, che era a tutti gli effetti un horror, la cui venatura comedy all’epoca mi sfuggiva del tutto.
Qualche tempo dopo — o forse prima —, sempre mentre guardavo un film di cui non ricordo il titolo, un ragno penzolante dal soffitto mi si parò davanti con la sua orrenda discesa, costringendomi a un’acrobazia per evitarlo, accompagnata da versi terrorizzati. Fu, credo, il secondo trauma, che consolidò il primo: il primo dunque un trauma mediato e mediale, il secondo invece un’esperienza diretta, concreta. Assieme hanno conformato la mia fobia, che si è poi andata solidificando con i ragni di Jumanji — oggi visivamente poco credibili, ma per l’epoca eccezionalmente spaventosi, con quei loro ventri traslucidi — e con le varie apparizioni di ragni fantasy, da Aragog in Harry Potter al Signore degli Anelli (c’erano dei ragni? Mi pare di sì).
Cosa mi ha insegnato questo mio tratto? Due cose.
La prima è che i ragni, in realtà, non li detesto affatto: anzi, li trovo animali eccezionali. “Semplicemente” attivano in me forme di ribrezzo e raccapriccio che non riesco a controllare. D’altronde, quella conformazione insettoide ci disturba — salvo rare eccezioni — proprio come antropologia, e l’immaginario cinematografico sa cogliere perfettamente questo punto. In Starship Troopers – Fanteria dello spazio, opera straordinaria di Paul Verhoeven del 1997, sono di forma aracnoide le creature che minacciano la vita sul pianeta Terra (con un plot twist di alto livello che non svelerò).
Il secondo punto è che tendiamo a pensare ai traumi come a ferite profonde nate da esperienze vissute in prima persona, mentre io ritengo che l’esperienza mediale possa essere altrettanto traumatica. Tutti oggi portiamo sulla psiche i segni dei mezzi di comunicazione, che ci traumatizzano generando — come dimostra la letteratura psicologica — disturbi da stress post-traumatico per esperienze fruite in seconda persona più che in prima. Spesso i media sanno trascendere la dimensione personale del trauma, trasformandolo in trauma collettivo: come dimostra una generazione di aracnofobici.
Oggi i film sui ragni non si fanno più, ed è un peccato. E se non sono ragni, allora vadano bene clown malefici, bambole assassine o bambine possedute.

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