Rivivo, anch’io, dopo l’assenza, senza garantire questa volta la passata continuità. Le ragioni? Essenzialmente una vita complicata, come, d’altronde, quella di chiunque. Quando non scrivo qui, in sostanza, è perché sto scrivendo troppo altrove. Ma questo era solo il pretesto per l’incipit. Perché il tema – la reviviscenza – è lo stesso, ma rivolto alla nostra più feconda fabbrica di immaginario: il mondo dell’audiovisivo.
Da anni, e non ho timore di utilizzare l’avverbio “letteralmente”, mi pare che la tendenza sia quella di non puntare sulla novità. Al contrario, è il revival il grande business del media system, la gallina dalle uova d’oro, quale che sia il campo di elezione. Ritornano, rivivono, personaggi e personaggetti che davamo per defunti mediaticamente. Si riciclano digitalmente, si convertono in meme, raschiano il doppiofondo del barile internettiano per assecondare i nostri istinti più bassi. Vedevo stanotte alcuni esempi online, provando nemmeno rabbia, quanto piuttosto una certa, amara mestizia. Ma anche vengono riesumati i personaggi e le atmosfere cult dei “nostri” anni, ove per “nostri” intendo di tutti, poiché il mondo è, di fatto, terminato nel 2000. Da lì in poi il millenium bug non si è manifestato come tanti credevano, mandando in tilt in computer, ma come più sibillino segnale ricorsivo.
Ecco allora che è tutto un gran parlare della reunion di Scrubs, del ritorno per alcuni episodi special di Malcolm in the Middle, così come lo è stato qualche anno fa per Una mamma per amica e via discorrendo. Attendiamo speranzosi anche di poterci perdere, ancora una volta, sull’isola di LOST, o di vedere una Sarah Michelle Gellar un po’ geriatrica cacciare i vampiri, questa volta però facendo anche qualche simpatica battuta su Tinder, così da adeguarsi ai tempi che cambiano. Non è questo il segno di quanto, cripticamente, sostenevo qualche riga fa? Che siamo tutti morti, da decenni, e allora ci aggrappiamo, come possiamo, al miraggio di una qualche resurrezione, anche se delegata alle immagini?
Inutile dire, ma forse doveroso farlo, che questa mania del revival è niente più che una operazione commerciale fatta per prendere all’amo allocchi pigri, incastrati in un tempo che non esiste più, utili (idioti) al foraggiamento di un sistema che si autosostiene sulla vendita di (falsi) ricordi. Qualche giorno fa il “maestro” Tetsuo Hara, papà di Kenshiro, era al Lucca Comics, armato di tariffario: un incontro con lui costava appena 1750 euro (senza firma); con firma si saliva a 4900; se proprio volevi toglierti lo sfizio però potevi anche tirare fuori dal portafogli 12600 (DODICIMILASEICENTO) e così assicurarti “incontro, foto insieme e un disegno di Kenshiro con dedica con nome (katakana) su shikishi” (fonte: fumettologica.it). Vedete il revival che cosa fa?
Ma, direte voi, se qualcuno è disposto a pagare quella cifra allora faccia pure. A parte il fatto che mi sembra immorale e ridicolo comunque, mi sentirei di aggiungere che la reviviscenza così impostata si rende vessatoria anche nei confronti dei quei prodotti mediali i quali, invece, ci provano con sincerità e coraggio ad articolare un discorso nuovo, neonatale anziché cimiteriale. Ma, come diceva quel film non capito da molti di Jarmusch, The Dead Don’t Die, I morti non muoiono. E così saremo costretti a suggere ancora a lungo il ritorno senile di oggetti mitologici che annichileranno il mercato, quantomeno quello della nostra immaginazione, illudendoci che un mondo che per davvero non è mai esistito possa anche solo per un momento essere rievocato. Che quel fantastico ricordo di una televisione a tubo catodico possa per un attimo palliare le nostre gravi depressioni.

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