Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Il lamantino sembrerebbe essere in via di estinzione, almeno così mi dice green.it: le piante marine e le alghe di cui si nutre scarseggiano, di questi tempi, e in più il povero mammifero, noto per la sua simpatia e lentezza, spesso finisce per scontrarsi con pescherecci e ingerire materiali poco consoni alla sua dieta.

Il lamæntinus, di converso, e contro ogni possibile presupposizione di chi lo ha visto comparire e poi scomparire in questo bagnasciuga digitale, non rischia l’estinzione. Semplicemente ho anch’io – come il lamantino – di molto rallentato questa, e solo questa, attività. Non per mancanza di idee o di spirito, sia chiaro, ma per la necessità di non farne una malattia. Di non farne, ancora una volta, lavoro.

A salvaguardia, diciamo, della mia salute mentale, che proprio dalle modalità indecenti con cui oggi concepiamo il lavoro è profondamente minata (si veda l’edizione 2025, per i tipi di DeriveApprodi, del saggio seminale di Christophe Dejours Lavoro e salute mentale). Il problema di base, direi, è la distorsione programmatica che ha piegato la nozione di “ambizione” alle esigenze della performatività neoliberale. Tradotto in soldoni: non più voglia di fare, di dire, di pensare, quanto piuttosto pulsione annichilente di accumulare – in fretta, sragionando – pagandone il prezzo in affanno e in debito cronico di tempi di recupero. Su queste cose ho già detto in passato. Ancora dirò.

Nel mio caso, dunque, resto vigile e non mi estinguo, con l’attenzione che questo luogo non trasmuti – per me – dall’essenziale all’esiziale (aggettivo, questo, che ho visto comparire più volte in test d’ingresso e prove varie: se non vi è noto, appuntatevelo). Cerco cioè, e questo è un po’ il punto, di avere cura della mia ambizione, onde evitarmi ed evitarvi una sua variante bulimica e di conseguenza inacidita dai succhi gastrici.

Il che si traduce, nei fatti, in pubblicazioni che riprendono ma in modo irregolare (essere un “irregolare” è, per alcuni, già una mossa politica), anche se spero non più diluite come lo sono state negli ultimi mesi. E, da un punto di vista teorico, nella riconcettualizzazione dell’ambizione – nel mio caso di fare, dire, pensare – come bene scarso, la cui abbondanza è il miraggio virtuale e perverso di una corsa a cui partecipo, quasi sempre per costrizione, ma sia chiaro: controvoglia.

Chi mira, peraltro, a primeggiare nel contesto di una gara fra pensieri è destinato a perdere, dopo aver contribuito a inquinare le falde acquifere di quell’ambiente – il pensiero – che dovremmo invece custodire con ben altro riguardo.

A presto, e buon anno 🦭

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