Abbiamo tutti esperienza di agenti immobiliari per le vie delle nostre città. E chi è abbastanza sfortunato sa che, in certi quartieri, usano proporsi e riproporsi cercando disperatamente informazioni al citofono (“una signora cerca con urgenza un appartamento in questo stabile, sa se qualcuno vende?”), o – il cielo non voglia – tramite persecuzioni telefoniche. Sanno essere molto fastidiosi, a dire il vero.
D’altro canto, non si può guardarli che con una certa empatia. Molti di loro sono ragazzetti che tentano di campare in un settore dominato da squali. Avranno ricevuto una formazione alla bell’e meglio, cui si aggrappano come possono, ma una quotidianità fatta di “no” e di porte sbattute in faccia non deve essere il massimo per nessuno.
Nell’altro lato del mondo, quello digitale, l’onda degli agenti immobiliari compie un percorso parallelo, trovando naturalmente il modo di rendere la vendita delle case un “contenuto” divertente (o, espressione vomitevole: “intrattenente”). Così, al fianco dei venditori “tradizionali”, ecco comparire quelli simpatici, quelli ironici, quelli contrintuitivi. Tutte variazioni sullo stesso tema: farti sbavare davanti ad alloggi da sogno, eludendo l’informazione primaria – il costo, o quella che in questo ambiente dominato da linguaggi circensi (“acquisizione”, “open house”, “zona giorno” et similia) viene chiamata “la proposta”.
Per la suddetta informazione primaria dovrai scendere al primo commento, o peggio ancora contattarli direttamente, rivelando così la più preziosa delle carte: far sapere che potresti essere interessato. Da cui, come nefasta conseguenza, la persecuzione di intere frotte di costoro.
La domanda che dà il titolo all’odierna riflessione è però un’altra: al netto dei simpaticoni dei social e dei loro stravaganti (a loro volta tentativi di mal imitare una specie di estro artistoide) abbigliamenti, perché gli agenti immobiliari si vestono in quel modo lì? Qual è, in altri termini, la strategia sottesa a quella parodia dell’eleganza che ostinatamente mettono in scena?
Torniamo allora ai giovincelli che suonano ai nostri citofoni, e che mi capita frequentemente di vedere aggirarsi guardinghi per le vie del mio quartiere, scarsamente dissimulando la loro circospezione e – spiace dirlo – il loro imbarazzo. Li vedo in completi scuri, a volte quasi funerari. E vedo, similmente, i loro corrispettivi digitali, tutti imbardati come se dovessero andare a ricevimento della regina mentre si apprestano a mostrarmi un WC appena ristrutturato, elegantemente indicato con la mano da cui fa capolino un gemello di quart’ordine.
Nel caso di quelli nomadici, gli agenti immobiliari della strada, non mi sfugge come molti indossino abiti non del tutto calzanti. Sarà un requisito imposto dall’azienda (vera colpevole)? Avranno dovuto attingere all’avanzo di magazzino di qualche negozio? O staranno sfoggiando il vestito buono della cresima, finalmente strappato all’armadio e alla naftalina?
Al di là dei facili e tristi sarcasmi, temo che la risposta sia tragicomica. Questa eleganza così esibita da disinnescare se stessa, così fuori luogo e fuori contesto, è parte di un disegno strategico più ampio.
Da un lato è il codice vestimentario di una fiducia che, almeno su di me, produce l’effetto opposto. A rigor di logica, mi fiderei di più di chi, in abiti da lavoro, fosse capace di descrivermi il sistema di tubature di un appartamento, piuttosto che di uno spaventapasseri che mi vende il concetto di luminosità (“è molto luminoso”), informazione di cui posso rendermi conto benissimo da solo. E tuttavia – badate bene – sarà proprio quel “è molto luminoso”, proferito dallo scaltro agente, il modo in cui poi descriveremo entusiasticamente l’appartamento ai nostri amici.
Dall’altro lato, quell’eleganza è l’estensione di una promessa di classe che, dal corpo in prestito dell’agente immobiliare, si irradia simbolicamente su ciò che vende, sottolineandone i fronzoli. È paradossale che sia proprio il superfluo la leva su cui, spesso, la vendita si invera. Qualche guru deve aver detto che il lusso è nei dettagli, pensando pure di aver proferito chissà quale intelligentissima massima.
Resta inteso che tutto questo ambiente – non così diverso da quello degli stagisti imberbi delle aziende di consulenza che si muovono in torme all’ora di pranzo, pensandosi dominatori della città – rimane ai miei occhi un mondo di rara tetraggine e spersonalizzazione. Che grida fortissimo: non fidarti.
Altro che luminoso.

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