Non è che i telegiornali o i giornali si stiano particolarmente agitando a riguardo. Troppe altre cose brutalmente drammatiche occupano l’agenda per farci caso. Eppure, la notizia – confinata in alcune fonti di informazione di settore – dell’aumento spropositato del prezzo delle RAM dovrebbe accenderci più di un campanello d’allarme.
Si parla, per inciso, di costi quadruplicati. Per intenderci: se una componente – immaginiamo un kit di DDR5 Kingston Fury Beast RGB 2x16GB/5200MHz – uno o due anni fa costava intorno ai 100 euro, oggi ne costa circa 400.
Perché ciò accade? In prima, e forse ultima, risposta: perché ci siamo abituati, molto bene o molto male, a una disponibilità virtualmente infinita di contenuti generati dalle fantasmagoriche e onnipresenti AI. Le quali sì, possono aiutarci a mettere ordine in uno scritto, a fare brainstorming per un progetto, a cesellare una risposta a una mail particolarmente delicata. Possono cioè assolvere al ruolo – prezioso – di interlocutrici.
Ma, almeno nel largo consumo, altro non sono che fabbriche di meme, o meglio “memifici”, da cui vengono partoriti a manovella contenuti altamente consumabili e altrettanto rapidamente esauribili: cavalli astronauti, olimpiadi di lancio della scrivania, rave party con personaggi di libri fantasy, e chi più ne ha più ne metta. “Non c’è limite all’immaginazione”, sembrano dirci queste tecnologie. E invece il limite c’è, ed è precisamente quella materialità che la retorica della tecnologia contemporanea si ostina a occultare.
Perché se un tempo la creazione dell’immagine di, chessò, un orso che fuma la pipa richiedeva un lavoro più o meno certosino – e quindi un investimento di tempo che imponeva di chiedersi se ne valesse davvero la pena – oggi la quasi-istantaneità dell’epoca generativa ci spinge tutti, più o meno, a inquinare e a inquinarci con una quantità abnorme di oggetti mediali di dubbia utilità. Oggetti destinati a spegnersi più in fretta della fiammella di un cerino, che ci appaiono come comparsi per magia, ma che si pagano invece con un dispendio enorme di potenza di calcolo. Piccola parentesi: tristemente non mi stupisce che i dibattiti sulla sostenibilità dell’uso delle AI, che fino a un paio di anni fa ogni tanto timidamente apparivano nei discorsi pubblici, oggi siano del tutto assenti.
Non più soltanto server farm, dunque, ma anche vere e proprie “ram farm”, che per buona parte del tempo non lavorano allo sviluppo di ardite teorie filosofiche, bensì al video di un coccodrillo fatto di formaggio da mandare in DM a un amichetto il quale, con ogni probabilità, nemmeno lo guarderà.
Tutto il male vien per nuocere? Non è detto. Si potrebbe auspicare, ad esempio, che questa impennata dei prezzi ci costringa a riconsiderare il rapporto malsano che intratteniamo con l’elettronica di consumo, magari evitando di cambiare con frequenza bambinesca e del tutto immotivata i nostri dispositivi. Va poi aggiunto che questo uso sconsiderato – che ha costi ambientali invisibili solo a noi, ma che qualcuno sta già pagando – rientra nella fisiologia della novità tecnica, le cui potenzialità vengono quasi sempre esplorate attraverso un utilizzo intensivo.
È noto che ogni dispositivo tecnologico venga anzitutto sottoposto a stress test. Che la “memificazione” sia lo stress test delle AI, e che in larga parte le si interpreti come strumenti per “fare gli scemi”, è un’ipotesi plausibile. Resta però, almeno per me, profondamente indigesta la sistematicità e la scontatezza con cui questa prassi sembra diffondersi, quasi inosservata.

Lascia un commento