Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Le mie opinioni sugli Oscar 2026

L’ottavo vizio capitale.

Dire oggi che non ci interessano gli Oscar è un po’ come dire, mutatis mutandis, che non ci interessano Sanremo, Eurovision o la finale di Masterchef. Si rischia subito di fare la figura dello snob, di quello che si mette di traverso, tetragono per farsi notare. Il fascino dei guastafeste e dei bastian contrari, d’altro canto, è stato inghiottito – come molto altro – dalla cornice della post-ironia contemporanea. Il sospetto diventa immediato: che tu stia agendo per qualche posa o torsione metacomunicativa.

Vale a dire: non è che una cosa non ti interessa davvero. Fingi programmaticamente che non ti interessi, per farti notare. Il che è un problema, perché se per davvero non ti interessano gli Oscar – per una ragione alla fine dei conti tautologica, cioè che non ti interessano perché non ti interessano – questa ragione non verrà convalidata. Se non ti interessano, deve esserci una ragione specifica. Non è ammessa la possibilità che non ti interessino e basta. Tertium non datur.

Devi motivare lo specifico politico, trasformare il disinteresse in invettiva, legittimare il tuo non voler prendere parte al rito. A voler lanciare una locuzione forte: viviamo in una tirannia dell’interesse. E, a dirla tutta, l’interesse è sempre interessato.

Se provi semplicemente a comunicare disinteresse, presto sarai scaraventato nell’agone. Sarai polarizzato e polarizzante, polemizzante e polemizzato, e si torna – come il cane che si mangia la coda, o l’uroboro tanto di moda – al punto di partenza: vuoi fare lo snob. Perché mai non ti interessa? Proprio a te, che ti occupi di cinema?

Si potrà dunque dire che io, di vedere una stanca, parziale e prevedibile forma di autocelebrazione, non ho alcuna voglia. Si potrà dire che colgo – o posso ipotizzare – i motivi per i quali altri invece ci si possano divertire, e che in fin dei conti non li giudico, perché non mi interessa. Si potrà aggiungere che forse un giorno potrà interessarmi argomentare sul perché non mi interessa.

Oggi, però, non è il giorno.

Il disinteresse, si potrà obiettare, è una risposta situata, da cui traspare un posizionamento ideologico. Vero. Eppure, a dirla tutta, non mi interessa disquisirne. Senza polemica, senza filippiche. Lasciateci, ogni tanto, disinteressarci.

Ecco dunque che gli Oscar – che effettivamente non mi interessano né mai mi sono interessati – diventano l’emblema del funzionamento di una cornice mediatica che è anche, e soprattutto, un ambiente sociologico. Non che stia dicendo nulla di nuovo. Basti tornare a Pierre Bourdieu: chi siamo è in fondo un fatto di gusti, di prevalenze estetiche.

L’addendum qui riguarda piuttosto l’atteggiamento che siamo costretti ad assumere in un contesto che ci vuole sempre necessariamente di parte, o comunque ipermotivati. Non solo rispetto a ciò che scegliamo di fare, ma anche rispetto alle effimere celebrazioni a cui scegliamo di non partecipare.

Beninteso, potrei senza troppa difficoltà lanciarmi in una fitta rete di motivazioni che soggiacciono al mio disinteresse. Invero, non è di poco conto la domanda sul perché ci interessino – o non ci interessino – certe cose. Alcuni, maliziosi, potrebbero accusarmi di pigrizia. Altri di ricercata eccentricità (nello squisito significato etimologico del termine). Avrebbero forse ragione, però solo per una delle due ipotesi (o sono pigro, o sono eccentrico).

Ma il punto, oggi, è un altro: che alla richiesta di interesse a tutti i costi si può rispondere, in maniera ostinata e contraria, con disinteresse a tutti i costi.

Dove per “a tutti i costi” si intende anche mettendo nel conto di pagarne le spese discorsive. Cioè addurre, alle ragioni per cui non si ha voglia, proprio il fatto di non voler addurre alcuna ragione.

Qual è il punto di tutta questa circonvoluzione?

Che la battaglia non è necessariamente e sempre l’unica via. Che è importante – forse vitale – circondati come siamo da rumore e da conflitto, non dare sfogo alla pulsione di trasformare tutto in battaglia.

Sia mai che la nostra esperienza del mondo si riduca sistematicamente a Una battaglia dopo l’altra.

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