L’azienda francese Momentum Technologies sta sviluppando un nuovo dispositivo – è proprio il caso di dirlo – vitale. Si chiama LifePod, e si presenta come una sorta di minibunker portatile. Così, in caso di cataclisma, uno si chiude lì dentro comodo comodo, con tutti i comfort, e aspetta che fuori avvenga il (è proprio il caso di dirlo, di nuovo) finimondo.
Potremmo chiamarli “correttivi“. Ecco, il modo in cui si sta sviluppando la realtà è proprio questo. Attraverso correttivi. Piccoli puntelli, microinterventi, parzialità. Se il prossimo, più imminente pericolo, è, chessò, uno tsunami, basterà allora dotare tutti (che è un modo carino per dire “quei pochi che se lo possono permettere”) di maschera e boccaglio, et voilà.
Chi ha anche solo una modesta esperienza nell’ambito dell’insegnamento sa che una sottolineatura a penna rossa in una pagina altrimenti intonsa è tendenzialmente segno di un compito ben fatto. Se però si inizia a sottolineare di qua, evidenziare di là, man mano che i segni aumentano si avvicina il rischio dell’insufficienza. L’unico correttivo, a quel punto, è mostrare la premura di spiegare al discente la verità: il problema non era nel congiuntivo sbagliato, ma nella struttura generale. Vale un po’ lo stesso per ogni cosa della vita: se una casa ha problemi alle fondamenta non li risolverai riverniciando gli infissi; se nei tuoi spaghetti alle vongole hai messo lo zucchero al posto del sale, puoi sforzarti quanto vuoi di decorarli con i fiori eduli.
C’è un margine, forse addirittura calcolabile, entro il quale i correttivi che applichi a una situazione problematica smettono di aiutare, e divengono sintomo del problema generale. I LifePods mi paiono esattamente questo sintomo. Esprimono un’accettazione del disfacimento della realtà che, anziché essere combattuto, finisce per essere corroborato, specie nei suoi aspetti più classisti. Dovremmo, insomma, renderci conto che quando sul mercato si pubblicizzano soluzioni correttive alla fine del mondo, allora siamo di fronte a una resa generalizzata – da un lato – e al tentativo strenuo di perseverare nelle stesse dinamiche che il mondo lo stanno distruggendo – dall’altro.
Nel testo di Slavoj Žižek Contro il progresso (Ponte alle Grazie 2024) si descrive esattamente (parafraso) questa ipocrisia perdurante, perpetrata anche in nome di un supposto “progresso”, il quale mediante le scudisciate ideologiche dell’avanzamento a tutti i costi continua a far tracimare la realtà di soluzioni correttive al danno infrastrutturale, che richiederebbe – per quanto dolorosa – una revisione drastica.
La verità, temo, è che ci sia un problema per così dire “posturale”. La stessa catastrofe, l’ur-catastrofe che continuiamo a evocare, andrebbe trattata con meno cerchiobottismo. Se questo oggetto così malioso rischia di inghiottirci nel suo baratro ctonio, allora forse meriterebbe un po’ più di rispetto, che non delle capsule di salvataggio. Più rispetto per la nostra catastrofe, esatto. E invece no, siamo fermi a Maria Antonietta: “Se non hanno più pane, che si rifugino nelle LifePods”.

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