Trovai i due Black Panther fra i capitoli meno ispirati e divertenti dell’intera saga del Multiverso Marvel, che ho visto, credo, per intero. Troppo didascalici, poco ironici. Al contrario, trovo la nuova fatica di Ryan Coogler — di cui forse avete sentito parlare per l’abbuffata di nomination agli Oscar — un film di ottimo livello. Sinners – I peccatori ha tutti gli ingredienti per rappresentare il peggio del cinema contemporaneo: un’insalata di questioni sociali, un po’ di rievocazione storica light, qualche spolverata di soprannaturale. Eppure, pur muovendosi proprio in quel solco, ne esce con un carisma che non ha a che fare con i temi — tutto già visto, e più volte — quanto con la serietà con cui si permette di giocare in quel campionato.
Soprattutto, il film, pur nella sua semplicità quasi disarmante, è tutt’altro che semplicistico. A partire dal criptico titolo, I peccatori, che nel suo ancoraggio cristocentrico colpisce come una mannaia quasi tutti i personaggi, dissolvendo il manicheismo del revenge movie classico e lasciandoci in una generale situazione di ambiguità. Sì, certo, c’è il KKK, in una sua versione residua e costretta alla macchia, quindi sappiamo chiaramente chi siano i cattivi (ma diamo ancora un po’ di tempo al mondo, e potremo vedere fieramente re-istituzionalizzati anche loro). I “buoni”, però, non è che siano poi tanto buoni. I gemelli Smoke e Stack, petersellerianamente interpretati entrambi da Michael B. Jordan, più che rispettati sembrano temuti dalla loro comunità. Sono malavitosi della peggior specie, tanto da aver lavorato al soldo di Al Capone a Chicago. E la cricca che mettono assieme per il loro progetto di juke joint – una sorta di utopia black fatta di blues, gioco, e alcol – è composta da individui che, chi più chi meno, non spiccano per una fedina morale immacolata.
E poi ci sono i vampiri, capeggiati dall’irlandese Remmick, che del peccato sono l’incarnazione e che però, quando gli si dà la chance di parlare, paiono persino allettanti, nella promozione di un’idea di comunità coesa la quale, più che “zombificare” gli sventurati morsi, li unisce a sé — preservandone ricordi e personalità — in una situazione di totale armonia, al di là di ogni differenza (tipo organismo-alveare). Se allora sono tutti peccatori, ciascuno da un lato diverso del prisma morale, il tema è forse quello di una dispersione, molto religiosa, me ne rendo conto, della colpa primigenia dell’avidità, che è di per sé matrice di ogni deriva ideologica, la quale al più si limita a retrodeterminarla. Un modo complicato per dire: siamo schifosi perché avidi, quindi ci inventiamo un’ideologia, così poi, con questa, possiamo spiegare perché siamo avidi.
Bello e, in un certo senso, “pasquale”, dunque, questo film, che senza vergogna tracima a più riprese nel kitsch — la meravigliosa sequenza musical dei vampiri, quella musicale “trans-temporale” dentro il juke joint stesso — e riesce comunque a contenerlo senza diventare ridicolo. Bello perché, nella sua vistosa giocosità, e perfino, se vogliamo, nell’infantilizzazione generale dei temi macroscopici, disarticola la consueta bussola morale, come fa, a dirla tutta, il miglior cinema: sempre dubitativo, giammai pedagogico.

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