Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

David lynch è morto

Due o tre pensieri senza per questo fare alcun calembour sul fuoco che cammina con lui, le strade perdute e ritrovate, e compagnia cantante.

Lynch è morto. Si sapeva che fosse malato, ma alla sua morte – paradossalmente – in pochi avevano pensato. Eppure è morto, non c’è più, è finita. E con lui se ne vanno le speranze di nuove immagini, partorite da quello che mai è stato vero acume. Perché il bello autentico del cinema di Lynch, del suo cinema-pensiero, è stato che era di fatto un cinema-non-pensiero. Un cinema intuitivo, ormonale, adolescenziale, stupidotto.

Poi, per carità, su Lynch è possibile dire tutto, e infatti è stato detto tutto, o quasi. La sua è per davvero un’opera aperta, incomprensibile, ottusa e ottundente, quindi ideale per leggerci un po’ ciò che si vuole. Un’opera in questo senso generosa, che ti costringe alla fatica di navigare senza coordinate, senza bussola. Nemmeno surreale. Forse, a dirla in maniera colta, ipnagogica. Partorita cioè per l’onironauta, in quello stato di sospensione amniotica che è il bagnasciuga fra il sonno e la veglia.

Perché però poc’anzi l’ho definito adolescenziale? Perché in Lynch ho sempre visto un eterno, puberale Peter Pan. Tanto che in effetti io l’ho scoperto nella mia adolescenza, e immediatamente mi sono fatto rapire dal suo astrattismo facilone, dai gorghi spazio-temporali così appetibili per l’orizzonte ermeneutico di un ragazzo che di cinema ne sa poco. Quello di Lynch è un cinema facile. Non un cinema per iniziati, ma un cinema per iniziare. Il nome di Lynch e dei suoi film hanno il fascino di una notte prima degli esami (di maturità). Sono aperti, sognanti e incubici, bagnati, perennemente aurorali. C’è dentro tutto perché c’è dentro niente. Lynch è psicanalitico, ma sicuramente non lacaniano. È filosofico, ma di una filosofia da spinello e fame chimica. Da boutade filosofica delle tre di notte, con la vescica piena di birra.

Ora, che non si leggano queste mie come epitaffio d’accatto o ricordo di un tempo che fu e che non è più. Lynch non era mio amico. Lo adoravo, ma mi era distante, geograficamente, culturalmente. La meditazione trascendentale, questa forse la più grave lordura di cui possa macchiarsi un supposto genio. C’è il rischio di prendersi sul serio per davvero. Coi suoi film ci sono cresciuto, ma non credo sia cosa di cui vantarsi. I film di Lynch li hanno visti un po’ tutti, e tutti comunque dicono di averli visti (anche quando non è vero). Forse poi, a essere lynchiani, li ha visti anche chi non li ha visti.

Nemmeno vi prego di intendere i miei toni come aspri. Per me che Lynch fosse un adolescente coi capelli grigi è un pregio. Che il suo cinema fosse libero dal demone contemporaneo della continuity, che fosse un cinema semplice, è il più grande vanto. Quale fase dell’esistere è più vibrante di vita e di speranza che quella di un’adolescenza confusa e pulsante?

Lynch voleva restare lì, sulla soglia fra il nascere e il morire, nella sua apoteosi potenziale. L’adolescenza, la ragazzata. Il tempo in cui basta poi poco per credere di aver fatto pensieri profondi. Portali verso altri mondi, crisi ontologiche, universi che collidono, io e non-io. Seghe mentali che poi cresci e se sei cresciuto le lasci lì dove dovevano stare, al servizio dei prossimi adolescenti. Polluzioni notturne. Fortunati loro a crederci ancora, in quello spazio-tempo bellissimo e che si consuma come la capocchia di un fiammifero.

Lynch non era un genio. Era un ragazzo, che faceva film per ragazzi, e che ci ha convinti per un po’ di poter tornare a considerare come seri discorsi che no, non lo erano, non lo sono.

Per questo la sua memoria va onorata, e il peggior torto che si può farle è di prenderla sul serio.

Lynch è morto, evviva – e grazie – Lynch.

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