Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Il Faust, per aspera ad Astra

“Ben sogliono gli uomini schernire quello che non intendono”. Su un grande spettacolo che ho visto al Teatro Astra di Torino.

Il Faust di Goethe è un testo considerato “insormontabile”. Tanto citato, di solito in una maniera assolutamente schematica (il topos del patto col diavolo), quanto di fatto non conosciuto. Un’opera enorme, mastodontica, che vanta una sterminata quantità di adattamenti, riduzioni, trasposizioni (anche cinematografiche). Rappresentare il Faust significa inevitabilmente scendervi a patti, porsi il problema non tanto o non solo di cosa, ma soprattutto di come mettere in scena.

Il calendario del Teatro Astra di Torino con coraggio ne ha portato in scena la versione di Leonardo Manzan e Rocco Placidi, con un risultato di pregio. Questo Faust inizia, come per l’opera goethiana, metateatralmente. Con spavalderia, tuttavia, dal vortice autoriflessivo non riemerge mai, fermandosi al prologo, lasciando il sipario sempre chiuso, ed esaltando la vocazione metafisica dell’opera originale (o meglio originaria, senza risalire all’Urfaust) attraverso un gioco sottile, capace di mescolare sapientemente l’alto e il basso, l’interpellativo e il soliloquiale, il musical e la prosa, il contemporaneo engagé e il filologico. Potrebbe, con queste premesse, risultare un minestrone, e invece la messinscena, anche stante una compagnia attoriale in stato di grazia, convince, diverte, convoca, commuove.

Soprattutto, il Faust di Manzan e Placidi, pur quando sornione e ammiccante, non è mai: 1. ruffiano e 2. banalizzante. Entrambi pericoli concreti se si decide di scomodare un testo sacro che, come tutte le opere monstre ben si presta a semplificazioni affettate… di cosa parla Faust? Ma chiaro, del bene e del male mon vieux! Come La montagna incantata, La Divina Commedia, Horcynus Orca, Infinite Jest! Che poi, certo, è vero, il Faust parla del bene, del male, di tutto e quindi per controgioco di nulla, ma messa così è un po’ poco, e rischia di assimilare l’opus magnum a una frasetta motivazionale da tatuaggio o pagina Facebook da boomer. Il Faust che ho visto all’Astra invece mi è parso interessante perché, anzitutto, discutibile, sempre sul crinale, volontariamente ipertrofico, a tratti ostentatamente megalomane e masturbatorio, ma coerentemente consapevole di questo suo massimalismo – da interpretarsi come l’unico modo (mettersi completamente in gioco) per provare non tanto a parlare dell’opera, quanto a parlare con l’opera. Se non ti lanci nel baratro, se non volteggi funambolicamente sulla corda che separa il qui e l’altrove, allora come pensi di poterti confrontare con un’opera che il suo stesso autore ha definito “incommensurabile”?

Incommensurabile significa che non si può misurare, e se questa è la premessa, allora bisognerà, come avrebbe detto Eco, provare a “sgangherarla”. Quello di Manzan e Placidi è un Faust sgangherato, un orologio autistico in perenne fase incoativa. Lo spettacolo che sta sempre per iniziare, ma non inizia mai. Siamo così avvolti fra le spire retoriche dei suoi personaggi, tutti né di qua né di là, intrappolati nell’inbetween. Facciamo nomi e cognomi: Alessandro Bandini, Alessandro Bay Rossi, Chiara Ferrara, Paola Giannini, Jozef Gjura, Beatrice Verzotti, Maurizio. Tutti magnetici, autoironici, audaci.

Non so se questo spettacolo avrà modo di essere ancora portato in scena, ma me lo auguro. Intanto mi complimento, con l’Astra e con la compagnia tutta. A Woody Allen è attribuita (chissà da quale fonte) questa citazione: “Tutta la letteratura è una nota a piè di pagina del Faust. Non ho idea di cosa voglio dire con questo”. Non ne ho idea nemmeno io, ma ci vuole fegato per confrontarsi con un oggetto letterario, culturale e mitologico del genere, e riuscire addirittura a sembrare convincenti.

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