Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Letteralmente, ma anche no. Dai grammarnazi alla necessità dei contentnazi

Un articolo letteralmente sul “letteralmente” (prossima volta, promesso, mi occuperò dell’altrettanto irritante “cioè, puf” con gesto delle mani che esplodicchiano vicino alle tempia)

Polemica sterile, ma forse no. Si è molto discettato dei cosiddetti grammarnazi. Stolidi difensori del congiuntivo, strenui baluardi dell’accento acuto in vece dell’apostrofo sul “perché”, e non vi azzardate a inserire una forma di interpunzione fra “qual” ed “è”. La loro pena fosse severissima (sic). Capita anche che qualcuno ancora levi un urletto di fronte allo stuolo di “piuttosto che” intercalari che infestano i nostri colloquialismi. E ovviamente spesso si fa riferimento all’autorità somma e incontestabile: la mitologica Accademia della Crusca, la cui funzione descrittiva del linguaggio è spesso travisata in funzione normativa (e ciò la dice lunga sul nostro bisogno sociale di ordine e disciplina, e di qualche guardiano che dall’alto ci dica come le cose devono stare).

Così, dicevo, ecco i grammarnazi. Per loro l’espressione è tutto. Ma dove sono invece i contentnazi? Quelli che si ostinano invece sul contenuto? Forse se un disperato bisogno c’è, allora è proprio di costoro. Un congiuntivo sbagliato, o meglio “semplificato” in un imperfetto, è cacofonico e formalmente scorretto, ma di fatto cambia molto poco il senso di ciò che si vuole dire. “Se io sapevo che arrivavi” è, in termini di significato, come “Se io avessi saputo che arrivavi”. Sì, i più puntigliosi diranno che c’è una significativa differenza, nei termini della consecutio, ma capitemi, sono sottigliezze formali. Ma cosa succede quando dalla forma passiamo alla sostanza (senza con ciò voler indulgere, onde evitare di complicare il discorso, nella glossematica)?

Pensiamo, ad esempio, all’epidemia di “letteralmente” che oggi sta ammorbando l’italiano, specie quello giovanile. Allora, distinguiamo tre ordini di significato, da quello, appunto, letterale, alle sue estensioni variamente connotate.

“Letteralmente” letteralmente significa letteralmente. Mi scuso per le allitterazioni, che come scrisse ironicamente Eco “allettano gli allocchi”. Quindi significa “alla lettera”. Quindi quando io dico che sto letteralmente mangiando un panino significa, letteralmente, che ho un panino fra le mani mentre lo dico. Non si scappa, se si vuole prendere “letteralmente” alla lettera.

C’è poi un secondo ordine di utilizzo, direi iperbolico (se ne può parlare in termini di intensificazione generica), per cui con una certa licenza si usa l’avverbio per enfatizzare ciò che ne consegue: “mi fai letteralmente impazzire” non significa che grazie a te sto finendo al manicomio, ma in qualche modo trasforma la “letteralità” in una “figura” specifica, che potremmo intendere come una similitudine, a mo’ di “è come se tu mi stia facendo impazzire”. Accettabile, in qualità di licenza, a piccole dosi.

C’è poi un utilizzo contemporaneo che invece è ben più che licenzioso. “Letteralmente” è diventato una sorta di intercalare rafforzativo, ben lontano dalle sue accezioni anche più libertine. “Letteralmente chiunque”, cioè “praticamente tutti”, dove quindi “letteralmente” diventa “praticamente” (ma “alla lettera” non significa “in pratica”). “Questo film è letteralmente fuori di testa”, come dicono tanti film-influencer di film che poi non sono fuori di testa (figurarsi letteralmente). In sostanza quel “letteralmente” non vuol dire niente, è semanticamente nullo, è un punto esclamativo. Il contenuto: morto.

Ecco, se vogliamo passare dal linguistico al sociolinguistico, ipotizzo – ci sarà della letteratura in merito, che mi riservo di consultare – che questa terribile disgrazia, dei “letteralmente” a ogni piè sospinto, abbia a che fare con un più ampio utilizzo del linguaggio in forma sempre più urlata, esagerata, icastica, per acchiappare lo scrollatore di turno. La qual cosa mi fa, letteralmente, andare ai matti.

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