Ha destato in questi ultimi giorni scalpore – ma poi per chi? – il caso “Podcasterone”. Si tratta di un podcast condotto da due energumeni di cui non ricordo il nome né mi interessa. Quello che mi interessa è invece sostenere che, così non mi interessa il loro nome, nemmeno mi interessa cosa abbiano da dire. A tutti gli effetti, del Podcasterone, non mi interessa nulla. E quando dico nulla intendo che mi interessa meno, credo, di ogni altra cosa al mondo.
Chiaramente ciò non significa che lo faccia per snobbismo intellettuale, e nemmeno che io non sappia di che cosa si tratta. E ancora che non abbia avuto tristemente modo di sorbirmene degli spezzoni. Certo, sempre “per interposta persona”. Il web oggi è il luogo dell’interposta persona. Due tizi incapaci di inanellare correttamente tre sillabe di fila decidono di pubblicare un podcast dove si propongono come baluardi di una libertà di espressione altrimenti negata (quella di spacciare mostruosità e banalità di bassissimo borgo in quanto quintessenza di una virilità illuminata). Tutto il mondo attorno si sente legittimato a commentare lo scempio. E giù così uno stuolo di influencer, chi contro e chi favorevole, a dire la propria, mostrandosi fra l’inorridito e il divertito.
“È uscito il Podcasterone, dobbiamo farci la reaction”. Il perfetto circolo, virtuoso per loro (i due energumeni e il sistema social che sul loro “contenuto” lucra), vizioso per noi, se ci pensiamo un attimo. I due tizi fanno uscire una aberrazione che sanno già genererà scandalo (anche se loro, poverini, forse – alla fine – ci credono anche per davvero alle boiate che proferiscono; quelli colti lo chiamano Dunning-Kruger). Lo scandalo è funzionale acché altri possano trarne minutaggio coi loro commenti indignati. I due tizi di cui sopra, a partire da tali commenti indignati, possono costruire ulteriore “contenuto”. Il cerchio, la trappola, è di una ovvietà disarmante, eppure funziona perfettamente.
E intanto povera parola, “contenuto”, così nobile in origine e così violata, abusata, stuprata oggi, giorno per giorno. “Per il content” un bel niente.
È per questo che mi guardo bene da entrare nel merito delle “posizioni” espresse dai soggetti in questione. Forse, tuttalpiù, potrei ragionare su un elemento a priori, al di là del Podcasterone, che emerge da tutta questa storia (la quale piuttosto andrebbe chiamata “parodia di una storia”). Da quando in qua (la domanda è seria) abbiamo accettato che un certo modello di fitness, come quello proposto dai due, fosse una cosa autenticamente sana? Perché invece, mi permetto di dire, non ci siamo proprio, e se fare buona attività fisica è cosa sacrosanta e auspicabile per chiunque, questa epidemia di ossessione vigoressica ci è completamente sfuggita di mano, producendo danni enormi. Ma magari su questo ritorno un’altra volta.
Per oggi chiudo dicendo: pensiamoci un attimo, se il nostro tempo vitale e il nostro cervello possono essere usati meglio che per guardare il Podcasterone (e, il cielo non voglia, nemmeno per dare retta all’influencer di turno che ci fa la “reaction”). Come da tanto sostengo: la spazzatura non è tutta uguale; c’è immondizia di qualità, che è divertente andare a grufolare, ma anche molto pattume puzzolente che sarebbe decisamente meglio lasciare in discarica.

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