Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Apologia dello scrivere difficile

O in difesa di una causa perduta.

Sono incappato a più riprese – nel corso dei decenni – in considerazioni circa la malagevolezza del leggere alcuni miei scritti. Ammetto che ho dovuto applicare ad alcune contorsioni un certo labor limae, in ispecie se rivolgo lo sguardo indietro. La mia scrittura, nondimeno, resta ad oggi spesso tendente ad avvilupparsi, a indulgere nella furia parentetica, ad abbracciare, talora, qualche tratto fidenziano. D’altro canto, a ponderarci bene, ho sviluppato un pensierucolo che parmi non irrilevante: lo scrivere difficile, al di là di ogni velleità canzonatoria, mai è degno d’essere obliterato in quanto esclusivamente scrivere difficile. Scrivere difficile è anche, e forse soprattutto, il frutto di un pensiero che non si accontenta dell’immediatezza, che rifiuta la crosta come unico livello legittimo di comunicazione.

Sarebbe a dire che dietro a ogni sintagma ostile e refrattario al nostro attraversamento, nascosto fra la sintassi indigesta e il lemma astruso, fra l’arcaismo e l’inciso salace, oltre la coltre insomma della viscosità bombastica dello stile, può annidarsi più d’un germe di significato. Talvolta, proprio quella difficoltà ci costringe a soffermarci, a sostare nel testo, a farne esperienza anziché semplice consumo.

Si pensi ai dispositivi parafrastici cui spesso ci rivolgiamo onde disambiguare i nostri più sibillini fraseggi. “In parole povere”, va da sé, implica un depauperamento (delle parole, ovverosia della loro capacità di ghermire certe sfumature del referente). “In soldoni” è il volgare rivolgimento utilitaristico della frase, a dire che al di là delle sottigliezze ch’essa conteneva si richiede, all’uopo, di spogliarla di tali beltà per farne emergere con maggior chiarezza il significato. Una chiarezza ottenuta col bisturi è pur sempre una chiarezza mutilata.

Lo scrivere facile, così, è una politica sovranista del significato, che pretende una asciugatura continua del linguaggio riducendolo a uno scambio immediato, estemporaneo, gretto. Come se tutto ciò che invece risiede nelle nuance non fosse che sterile orpello, materia efebica ancillare e sacrificabile, anzi vieppiù incomoda, tignosa, controproducente. Obliando a ogni possibilità sinonimica, laddove proprio nella tenuità di certe sottili differenze risiede la ricchezza di un senso altrimenti piagato, sterilizzato dalla semplificazione costante, dalla immediatezza del periodo breve, privo di penombre, mezzetinte, crepuscoli, sfocature. Ne risulta una lingua disidratata, come quelle vivande liofilizzate che contengono il necessario e nulla più, vanificando ogni altra forma di piacere del pasto.

Un linguaggio che abdica alla sua vocazione aggettivale è amputato della possibilità di colorire ciò che descrive, sia esso un luogo, una pietanza, uno stato d’animo. Così d’una persona non si potrà che dire che è cattiva, quando invece con maggiore perizia se ne coglierebbero certi più aguzzi caratteri, quali la grettezza, la meschinità, la viltà, l’esser guitta o micragnosa, barbina o reproba, perfida o bieca, e così via.

E in questa rinuncia si perde non solo la precisione, ma anche la responsabilità del dire: più le parole sono generiche, più ci assolvono.

Tanto vale dunque liberarsi delle lamentazioni poetiche, ché è più facile scrivere “L’amore c’ha fregati” anziché “Amor condusse noi ad una morte”. Entrambi i proferimenti, sosterrà il populista del linguaggio digestivo (quello del “parlar come mangi”), dicono la stessa cosa. E in un certo senso costui o costei vanterà le sue provvide ragioni. Dicono, tuttavia, quasi la stessa cosa. L’uno in maniera diretta, l’altro nell’indiscrezione disorientante della messa in parola poetica, ove l’ordine e la scelta delle parole registra un intero orizzonte epistemico, a mo’ di bilancino di precisione, atto a soppesare le differenze di ciò che altrimenti sembrerebbe equipollente. Un verso, al contrario, è l’atto rivoluzionario di riproiettare il linguaggio non solo a quel che dice, ma anche e soprattutto al come e al quando lo dice. Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale. La forma è parte integrante del contenuto; disfarne l’una equivale a lacerare l’altro.

Scrivere difficile è pertanto certo, molte volte, forse anche qui fra questi improbi righi, il sintomo di una immaturità che si estrinseca nella volontà di magniloquenza dello scrittore, repellente per chi dovrà – prima o poi – tentare di decodificare la sua barocca declamatoria. D’altro canto è anche, forse sempre, il tentativo di cogliere porzioni del sentire altrimenti invisibili, ovviando all’astigmatismo dello scrivere facile. Nella convinzione, tutt’altro che adolescenziale, che ogni parola sia una diversa punta a disposizione del trapano con il quale bucherelliamo la nostra realtà soggettiva, per tentare di disossarne qualcosa di raffinato e autenticamente significativo.

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