Lamæntinus

Cose di cui francamente nessuno sentiva il bisogno

Hamburgherie alla fine del mondo

“Ho aperto il mio locale!”

Quando non c’è più speranza, proprio laggiù in fondo, agli angoli più remoti della galassia, spunta un’insegna luminosa.  Scritta con caratteri dalla foggia (post)moderna, l’insegna reca un nome per niente affascinante. È l’x-esima hamburgheria, aperta come forma di investimento illuminato da quel content creator che, avendo messo da parte un gruzzoletto poco o nulla meritato, cerca di farlo fruttare. Vi servono, nell’hamburgheria, “patty” – così li chiamano in tutte le lingue dell’universo – ben poco originali. C’è anche, per i più coraggiosi, una salsa segreta, che di solito è una maionese con un ingrediente in più, pretestuoso. La carne è smashata, ma nei simpatici menù c’è sempre, in un riquadro verde, una variante vegetale. Di solito quest’ultima è accompagnata da una battuta poco divertente, che ha a che fare con la presunta assurdità del volersi nutrire in maniera sostenibile in un posto del genere. Il menù poi è sempre lo stesso, ma c’è anche ogni mese il panino del mese, appunto, che di solito è come tutti gli altri ma magari ha le scaglie di parmigiano. L’hamburgheria è in uno spazio angusto, ricavato fra gli interstizi della città interstellare. È inizialmente pulita, ma da subito squallida, con il bancone opaco. La sua immagine ti compare innanzi quando meno te l’aspetti, perché il content creator che ha investito i suoi denari per questa originale iniziativa ha pagato numerose sponsorizzate. Bisognerà quindi andarci, provarla, possibilmente recensirla. Lì, poi, ci fanno le dirette IRL altri content creator. Poi, soprattutto, è importane per fare il paragone con le altre hamburgherie del quartiere, che toccano il numero di dodici fantastiliardi. Questo perché tutti, a prescindere, sognano di aprire una hamburgheria. Chi non sogna di farlo, di mestiere va nelle hamburgherie – che come detto sono in numero sempre più cospicuo – per atteggiarsi a grande sommelier degli hamburger. Questi panini, un tempo fast food, sono ancora fast food, ma ora li si apre per filmarne le fibra delle carni. Se ne giudica la succosità, la coerenza del sintagma degli abbinamenti, la varietà dei semi di sesamo sul “bun”. Si tessono poi le lodi della freschezza degli ingredienti, che giungono da produttori certificati. E soprattutto si sogna quello fatto con il manzo di Kobe, primizia giapponese a chilometro diecimila, che dopo aver viaggiato su una serie di aeroplani spazioquantici rigorosamente rispettando la catena del freddo è giunta sin lì, nella nuova hamburgheria in fondo alla galassia, e sapeste quale marezzatura. Si scioglie in bocca, così arriva già sciolta fino al retto anale, senza alcuno sforzo aggiunto per i succhi gastrici. Di hamburgherie così non ce ne sono più, anche se a dire il vero ce ne sono in quantità incalcolabili, tanto che le prime hamburgherie, quelle che avevano aperto per fare i panini, ora chiudono, perché i loro panini non reggono il passo con i tempi. Niente kamut, niente Camel, niente coma. Solo panini per niente socialgenici. Purtroppo è lo scotto da pagare quando non si è al passo con i tempi, e non si è disposti ad aggiornarsi in un mercato che premia solo le hamburgherie per niente boomer, con i colori fluorescenti e le scritte bombate, ma soprattutto i cui proprietari sono già esperti di imprenditoria perché oltre alle summenzionate attività social di tutto rispetto perché comunque oggi l’imprenditoria digitale è una realtà, ecco a parte questo hanno anche dei barbershop con ancora il tubicino fuori con le linee blu e rosse ma che ti offre anche il ginseng quando entri rigorosamente su appuntamento. E qualcuno di questi gestori, diciamocelo i più raffinati, stanno anche pensando di investire a Dubai, che lì il settore immobiliare è tutt’altra cosa rispetto a Vega e Orione, troppo gentrificate e cafone. Poi ecco, qualche volta fuori dalle migliori hamburgherie la gente si picchia, e a volte quando le cose vanno proprio male si dissano pure. Le ragioni del conflitto proprio non le saprei dire, ma mi hanno detto che o è la guerra oppure è per quella storia di passare il coltello sulla crosta delle cose per far sentire quanto sono scrocchiarelle. Una volta per quella cosa lì è partito un dissing che santo cielo, siuuum. Comunque viva la reazione di MAIARD.

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