La mia bolla accademico-culturale mi propone in questi giorni un po’ di rumore su un articolo dal titolo “Odiare chi può permettersi una casa in centro a 30 anni” di Camilla Burelli, pubblicato qui. Sono andato a leggerlo, incuriosito, ma già piuttosto scettico. A fine lettura i miei presentimenti erano confermati: morta ogni curiosità, confermata in toto la delusione.
Il pezzo fa parte di una tendenza che mi pare di poter oggi definire del tutto consolidata. Si tratta di una forma di paraletteratura contemporanea, appannaggio di millennial (come il sottoscritto), autocompiaciuta nella sua patetica lagnosità e culturalmente sfocata rispetto ai riferimenti (bibliografici e concettuali). Il tema? Vorrei, ma non posso.
Un’analisi del testo – che non ho nessuna voglia di fare – potrebbe trovare elementi vistosamente sospetti in più d’un passaggio. Senza voler contribuire alla noia, mi limiterò qui a provare a dire per sommi capi perché, a mio umilissimo avviso, questo tipo di articoli, scritti nella forma di un paradossale soliloquio interiore (un diario segreto a disposizione di tutti), mi paiono finire solo per legittimare sistemi di potere antichi, per i quali si prova una squisita forma di rammarico: quella di volerne far parte, senza riuscirci.
L’autrice, in buona sostanza, ammette in forma confessionale di sentirsi in colpa per ciò che desidera (una casa, ma non una semplice casa, vedremo a breve). E se dire di sentirsi in colpa fosse un alibi per non sentirsi veramente in colpa? Ci dice, candidamente, che “le era stata promessa” una casa di una certa tipologia, anzi di una certa topologia. A Milano, e non certo in periferia. E che lei, privilegiata lo è, ma non abbastanza da potersela permettere, nonostante a 35 anni sarà professoressa associata (io ne ho quasi 36 e sono RTDA). Ringrazia i suoi genitori, che la aiutano: il padre, primario di chirurgia senologica; la madre, avvocato (lo scrivo con la “o” e non con la “a” perché così lo scrive l’autrice). L’autrice, del resto, si autorappresenta come esponente di una borghesia professionale plurigenerazionale. E però oggi prova “invidia”, “frustrazione”, “rancore”, perché vorrebbe una casa che non può permettersi, e allo stesso tempo si sente in colpa per questo sentimento, che però prova.
Ora, a esser moralisti, sarebbe facile condannare questo tipo di pensiero. Ma invece va lodata l’onestà di chi lo esprime. In fondo, prospetticamente, è un pensiero che si può comprendere. Bisognerebbe però allora ragionare, appunto, prospetticamente, e capire che la proposta autoanalitica dell’autrice è disseminata di paralogismi e omissioni teoricamente tutt’altro che innocenti.
Anzitutto: quel senso di colpa lì, che qua e là affiora nel testo, ha un nome: è il senso di colpa borghese, che oggi in inglese chiamano all’incirca “privilege guilt”. D’altronde la parola “privilegio” compare a più riprese fra le righe del pezzo, tanto che viene il sospetto che questo termine – assai modaiolo – sia usato un po’ come formula autoscagionante. Ma poi ci sono altre parole che proprio, invece, non compaiono. Ad esempio, l’autrice non cita mai la nozione di “status quo”, quando in realtà è proprio quella centrale del suo discorso. Nel testo, la domanda di casa appare anche come domanda di continuità di status, pur quando allude a motivazioni di ordine logistico. D’altronde questa continuità di status è la cifra esistenziale con cui l’autrice si descrive, fra “baretti ‘sinceri’” e parabole lussemburghesi (quasi esilarante utilizzare a mo’ di emblema del disagio il caso di una tirocinante in uno dei paesi più ricchi del pianeta). Anche la parola “classe” è quasi assente, salvo per un paio di occorrenze in cui si parla di quella “classe media” che oggi sappiamo essere stata tradita. Una professoressa associata trentacinquenne, figlia di un primario di chirurgia e di un avvocato, è quindi (o è stata) membro della fu classe media? Devo aver sempre capito male io cosa significava allora la locuzione.
L’autocoscienza, in realtà, c’è, ma non arriva fino alla critica del proprio desiderio, cioè fino a problematizzare per davvero il sentimento che l’autrice prova. E, si badi bene, quel sentimento, e la capacità di porlo al vaglio della scelta etica di seguirlo o meno, è uno dei più grandi spartiacque che la contemporaneità ci impone. Sarebbe a dire: va bene, sei arrabbiata, delusa, perché a vent’anni ti immaginavi con il loft in centro a Milano, ché nei film le rampanti avvocatesse vivevano lì (con tutto al punto giusto), e ora scopri che no, non te lo puoi permettere. Ora è roba da investitori stranieri e onlyfanser.
Ma tu, per davvero, lo vuoi ancora? Perché, se sì, allora, credo, sei parte del problema, e il tuo livore non è davvero nei confronti della bolla speculativa: patisci, più semplicemente, il fatto di non poter entrare in quel circolino lì.
L’altra via è più dolorosa, perché impone di assumersi la responsabilità di deragliare rispetto ai binari ideologici che, in senso bourdieuiano, ti hanno definita nelle tue scelte, nei tuoi interessi e nei tuoi desideri — di case, in questo caso, ma più in generale di cose. Potresti perfino riaddestrarti, quel tanto che basta a risparmiarci formulazioni poco persuasive come questa: “Il tema non è nemmeno la casa in sé, è la qualità della vita che da essa discende”. No: temo che il tema, sic, sia proprio la casa in sé. Cioè in te.
Pseudo-andreottianamente (l’autrice si dice definita da “DNA democristiano”): il privilegio logora chi ce l’ha. Chi non ce l’ha, invece, se la passa divinamente.
O magari era solo ragebait.

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